Il Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano analizza la trasformazione dell’Avvocatura: intelligenza artificiale, giovani, redditi, aggregazioni professionali, nuove competenze e internazionalizzazione. «Dobbiamo costruire una professione capace di innovare, mantenendo saldo il presidio dei diritti».
Meno professionisti, nuove forme organizzative, intelligenza artificiale ormai entrata negli studi, crescente specializzazione e un mercato che richiede competenze sempre più interdisciplinari. L’Avvocatura italiana sta attraversando una trasformazione che va ben oltre la semplice digitalizzazione della professione.
E Milano, per caratteristiche economiche, internazionali e professionali, rappresenta uno degli osservatori privilegiati di questo cambiamento.
A tracciare per MilanoProfessioni, la rubrica di Gazzetta di Milano dedicata al mondo delle professioni, una fotografia dell’avvocato di oggi e soprattutto di quello di domani è Antonino La Lumia, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano.
La sua analisi parte dai numeri: nel 2025 gli iscritti a Cassa Forense sono scesi a 228.641, contro i 245.030 del 2020. Parallelamente, il reddito professionale medio dichiarato nel 2024 è salito a 51.912 euro, registrando un incremento dell’8,9% rispetto all’anno precedente.
Dietro le medie, tuttavia, rimangono profonde differenze territoriali, generazionali e di genere. Ed è proprio da queste contraddizioni che prende forma la sfida dell’Avvocatura del futuro.
Presidente La Lumia, come sta cambiando l’Avvocatura italiana?
«Siamo davanti a una professione che sta attraversando una trasformazione strutturale. I numeri vanno letti attentamente. Nel 2025 gli iscritti a Cassa Forense sono scesi a 228.641: erano 245.030 nel 2020 e, nell’ultimo decennio, la riduzione è stata del 2,7%. Nello stesso tempo, però, il reddito professionale medio dichiarato nel 2024 è salito a 51.912 euro, con un incremento dell’8,9% rispetto all’anno precedente.
Sarebbe quindi sbagliato raccontare soltanto un’Avvocatura che arretra. Sta cambiando il modello professionale. Diminuiscono gli iscritti, il ricambio generazionale è più difficile, aumentano le differenze interne e contemporaneamente crescono tecnologia, specializzazione e complessità dei servizi richiesti.
Dobbiamo domandarci non tanto quanti avvocati ci saranno fra dieci anni, ma quale Avvocatura vogliamo costruire».
I redditi medi crescono, ma soprattutto per i giovani la situazione rimane complessa.
«Una media nazionale di 51.912 euro dice poco se non guardiamo cosa c’è dietro. In Lombardia il reddito medio professionale 2024 arriva a 87.475 euro. Ancora più evidente è il divario di genere: la media nazionale è di 67.959 euro per gli uomini e 33.829 per le donne.
C’è poi il divario generazionale: sotto i trent’anni il reddito medio è di 16.933 euro; tra i 30 e i 34 anni arriva a 25.166 euro.
Non esiste più una condizione professionale uniforme. Territorio, età, genere, specializzazione e modello organizzativo incidono profondamente sulla capacità di produrre reddito. Dobbiamo creare le condizioni perché gli avvocati possano diventare economicamente più solidi: migliore organizzazione degli studi, aggregazioni, specializzazione, tecnologia, accesso a nuovi mercati e nuove competenze».
Milano può anticipare quello che accadrà nel resto d’Italia?
«Milano è un osservatorio particolare perché qui molte trasformazioni del mercato professionale arrivano con maggiore velocità: imprese internazionali, settori altamente specializzati, nuove tecnologie, modelli organizzativi più strutturati e una domanda di servizi sempre più interdisciplinari.
L’intelligenza artificiale è un esempio molto concreto. A livello nazionale, il Rapporto 2026 rileva che il 55,3% degli avvocati utilizza strumenti di AI nella pratica professionale; tra gli under 40 siamo già al 70,3%. Nella nostra rilevazione realizzata con Il Sole 24 Ore, a Milano il dato 2026 è arrivato al 67%, rispetto al 54,5% del 2025 e al 32,9% del 2024.
Non stiamo parlando di una tecnologia che arriverà: è già dentro gli studi e sta cambiando il modo di lavorare».
Che ruolo deve avere oggi un Ordine professionale?
«Le funzioni istituzionali rimangono centrali: i rapporti con le Autorità giudiziarie, l’assistenza quotidiana ai colleghi, la tutela della deontologia, dell’indipendenza e della qualità professionale. Ma credo che oggi un Ordine debba anche fornire strumenti per affrontare il cambiamento.
Sul terreno dell’innovazione abbiamo costruito Talk to the Future, arrivata nel 2026 alla quarta edizione, e abbiamo lanciato HOROS, la prima Carta italiana dei principi per l’utilizzo consapevole dell’intelligenza artificiale in ambito forense, accompagnandola con formazione e attività permanente di osservazione.
Abbiamo inoltre istituito la nuova Camera Arbitrale Forense e investito molto sulla dimensione internazionale».
Perché insiste sulla necessità delle aggregazioni professionali?
«Perché il 66,2% degli avvocati opera ancora in uno studio monopersonale. Tra gli under 40, però, i titolari di uno studio individuale scendono al 42,4%, mentre il 27,3% opera prevalentemente come collaboratore e il 15,9% in monocommittenza. È già in corso una trasformazione generazionale.
Aggregarsi non significa necessariamente costruire una grande law firm. Si può rimanere piccoli e diventare più organizzati. Si possono creare reti tra studi, condividere tecnologia, personale, competenze specialistiche, formazione, strumenti di comunicazione e accesso ai mercati internazionali».
Perché un giovane brillante dovrebbe scegliere oggi di diventare avvocato?
«Non risponderei con la retorica. I dati iniziali sui redditi sono severi e dobbiamo riconoscerlo se vogliamo essere credibili con i giovani.
Eppure l’Avvocatura continua a essere una professione straordinariamente interessante. Consente di misurarsi con i diritti, con l’economia, con l’impresa, con le trasformazioni sociali e tecnologiche.
Un giovane non deve essere costretto a scegliere tra indipendenza professionale e sostenibilità economica. Deve poter entrare in strutture nelle quali imparare, essere adeguatamente remunerato, acquisire competenze, specializzarsi e progressivamente costruire una propria autonomia.
Se non rendiamo credibile questo percorso, perderemo proprio i giovani più capaci. E sarebbe un problema non soltanto per l’Avvocatura, ma per la qualità futura della tutela dei diritti».
Quali competenze dovrà possedere l’avvocato del 2030?
«La prima risposta può sembrare paradossale: dovrà avere ancora più solide competenze giuridiche. Quando la tecnologia consente di produrre in pochi secondi una quantità enorme di testi e informazioni, la capacità di distinguere ciò che è corretto da ciò che è semplicemente plausibile diventa ancora più importante.
A questa base dovremo aggiungere nuove competenze: uso consapevole dell’intelligenza artificiale, verifica delle fonti, cybersecurity e protezione dei dati, comprensione dei fenomeni economici, lingue, negoziazione, capacità organizzativa e manageriale, project management e lavoro all’interno di team multidisciplinari.
Mi piace pensare a un avvocato a competenze aumentate. Non meno diritto, quindi. Più diritto e, intorno al diritto, più strumenti per comprendere problemi sempre più complessi».
L’intelligenza artificiale sottrarrà lavoro agli avvocati?
«Sicuramente ridurrà il valore di alcune attività ripetitive e standardizzabili. Ed è inutile negarlo. Ma non credo che questa coincidenza tra “attività” e “professione” sia corretta.
Ciò che acquisterà valore sarà quello che la macchina non può assumere in proprio: la responsabilità della scelta, la strategia, la capacità critica, la relazione fiduciaria con il cliente, la negoziazione e la comprensione degli interessi reali che stanno dietro una controversia.
La vera contrapposizione non sarà tra avvocato e intelligenza artificiale. Sarà probabilmente tra chi avrà imparato a utilizzare questi strumenti con metodo e chi continuerà a ignorarli o li utilizzerà in modo acritico».
Milano è anche una città internazionale. Quanto conta questa dimensione per gli avvocati?
«Milano non è un mercato professionale chiuso nei propri confini e i nostri iscritti assistono sempre più spesso imprese e persone che operano in contesti transnazionali.
Negli ultimi anni abbiamo sviluppato una rete di rapporti istituzionali con diverse organizzazioni forensi straniere, comprese Bar Association di Hong Kong, Singapore, Tokyo, Shanghai e Osaka.
Ma il punto non è collezionare memorandum. Un accordo internazionale è utile soltanto se genera relazioni tra colleghi, formazione, scambio di esperienze e opportunità professionali. Vorrei che un giovane avvocato milanese potesse considerare naturale costruire una parte del proprio percorso professionale anche attraverso una rete internazionale».
In una professione sempre più tecnologica e multidisciplinare, cosa non dovrà cambiare mai?
«L’indipendenza.
Possiamo cambiare gli strumenti, l’organizzazione degli studi, le modalità di formazione, i settori nei quali lavoriamo. Possiamo utilizzare l’intelligenza artificiale, creare società, reti, strutture multidisciplinari.
Ma l’avvocato deve continuare a essere libero nel proprio giudizio professionale, responsabile personalmente delle proprie scelte, vincolato al segreto e al rapporto fiduciario con l’assistito.
Innovare non significa rinunciare alla nostra identità. Al contrario: dobbiamo cambiare tutto ciò che può essere migliorato per proteggere meglio ciò che non può essere negoziato».
Come immagina, allora, l’Avvocatura italiana tra cinque anni?
«Immagino un’Avvocatura che avrà reso più salda la propria funzione, perché più specializzata, con una quota crescente di professionisti che lavoreranno attraverso reti, associazioni e società, più internazionale e molto più tecnologica.
Credo che crescerà la distanza nell’approccio tra chi investirà in competenze, organizzazione e capacità di innovare e chi continuerà a pensare che la professione possa rimanere identica a quella di trent’anni fa.
Ma sono ottimista su un punto. La necessità dell’avvocato non viene meno in una società più complessa: aumenta. A cambiare è ciò per cui il cliente sarà disposto a riconoscergli valore. Sempre meno per attività ripetitive, sempre più per competenza, strategia, affidabilità, responsabilità e capacità di affrontare problemi complessi.
Il nostro compito non è difendere il passato, ma tutelare le prerogative dell’avvocato come professionista libero e indipendente, al servizio dei diritti e dello Stato di diritto».
MilanoProfessioni: le professioni che cambiano insieme a Milano
L’intervista ad Antonino La Lumia restituisce una fotografia che supera i confini dell’Avvocatura. Milano sta diventando un laboratorio nel quale tecnologia, specializzazione, organizzazione e internazionalizzazione stanno modificando il modo stesso di esercitare le professioni.
La sfida non appare quindi quella di contrapporre tradizione e innovazione, ma di utilizzare gli strumenti del cambiamento per aumentare competenze e qualità, senza perdere quei valori — responsabilità, indipendenza e rapporto fiduciario — che continuano a distinguere il professionista.
Ed è proprio dentro questa trasformazione che MilanoProfessioni vuole raccontare i protagonisti, le competenze e i nuovi modelli professionali che stanno contribuendo a costruire la Milano dei prossimi anni.
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