Bruxelles dice sì all’Italia: flessibilità fiscale per l’energia, ma solo per le rinnovabili
La Commissione UE apre alla richiesta di Meloni sulla crisi energetica
La Commissione Europea ha ufficializzato a Bruxelles la concessione di un margine di flessibilità fiscale a tutti gli Stati membri che ne facciano richiesta per fronteggiare la crisi energetica innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis ha annunciato la misura: uno spazio di manovra fino allo 0,3% del Pil annuo per tre anni, con un tetto cumulativo massimo dello 0,6% del Pil.
La decisione risponde alla lettera inviata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla Commissione von der Leyen, in cui si chiedeva di estendere alla voce energia la clausola di salvaguardia nazionale già attiva per le spese nella difesa.
Come funziona la flessibilità: dentro l’1,5% già previsto per la difesa
La flessibilità energetica si inserisce all’interno dello spazio dell’1,5% del Pil già utilizzabile per le spese militari, non si aggiunge ad esso. Per i Paesi che abbiano già esaurito tale margine, la Commissione prevede una flessibilità aggiuntiva “temporanea e limitata” alle stesse condizioni, con obbligo di rivalutare la sostenibilità dei conti pubblici caso per caso.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che aveva seguito da vicino la trattativa — definendola un lavoro «lungo, serio e riservato» — ha espresso immediata soddisfazione per il risultato.
Vietato usarla per i combustibili fossili
La condizione è però chiara e vincolante: la flessibilità non potrà finanziare la riduzione delle accise sui carburanti né misure di sostegno alla domanda di combustibili fossili. Secondo la Commissione, prolungare lo sconto sulle accise per tutto il 2026 costerebbe esattamente lo 0,3% del Pil, senza produrre benefici reali.
«Non copre una riduzione non mirata delle accise», ha precisato Dombrovskis. In un contesto di offerta rigida — causata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz — sostenere la domanda di fossili significherebbe soltanto «sostenere prezzi più elevati», con gli Stati che «spenderebbero molti soldi per ottenere vantaggi limitati».
Dove potranno andare i fondi: rinnovabili, reti elettriche, auto elettriche
Le risorse potranno invece essere destinate a misure concrete di transizione energetica, tra cui:
reti elettriche potenziate e interconnesse, sviluppo delle energie rinnovabili, sussidi per aziende che abbandonano i combustibili fossili, incentivi per auto elettriche e pompe di calore, installazioni di pannelli solari e sistemi di accumulo a batteria.
La Commissione ha peraltro già richiamato l’Italia sulla lentezza nel dispiegamento delle rinnovabili nelle proprie raccomandazioni di primavera.
Il rapporto von der Leyen-Meloni e il quadro politico europeo
Al di là della soluzione tecnica, la risposta positiva della Commissione conferma la solidità del rapporto tra Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni. Fratelli d’Italia guida una delle delegazioni più numerose del Parlamento Europeo ed è pilastro del gruppo ECR, parte integrante delle maggioranze su cui si appoggia la Commissione von der Leyen.
Sul fronte italiano, il capodelegazione Pd Nicola Zingaretti ha definito la flessibilità ottenuta «una buona notizia», sottolineando che con circa 14 miliardi di euro (lo 0,6% del Pil) si potrebbe finanziare un piano energetico nazionale incentrato sulle rinnovabili. Di segno opposto il giudizio del capodelegazione M5S Pasquale Tridico, che ha definito «disastrose» per il governo le raccomandazioni della Commissione.
Italia ancora sotto procedura per deficit eccessivo
Il pacchetto di primavera del semestre europeo non riserva sorprese sul fronte dei conti pubblici: l’Italia rimane sotto procedura per deficit eccessivo, con il deficit 2025 stimato al 3,1% del Pil, insieme ad altri otto Paesi tra cui la Francia. La Commissione raccomanda inoltre a Roma maggiore spesa in ricerca e sviluppo, riforma del catasto, riduzione del cuneo fiscale sul lavoro e interventi urgenti sulle liste d’attesa sanitarie.
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