Home GazzettaEconomy Startup Luc.ia e l’impatto del reporting automatizzato sulla competitività aziendale

Startup Luc.ia e l’impatto del reporting automatizzato sulla competitività aziendale

Reporting automatizzato

Per anni la finanza aziendale è stata descritta soprattutto come una funzione di controllo. Negli ultimi tempi sta recuperando un ruolo diverso, più vicino alle decisioni. Perché ciò accada serve però una condizione che viene spesso data per scontata: disporre di numeri affidabili quando servono, non settimane dopo. È qui che il fast closing e l’automazione del reporting smettono di essere un tema per soli addetti ai lavori.

Il meccanismo è intuitivo. Un’azienda che chiude i conti in ritardo, consolida i dati a mano e costruisce i report su file sparsi non perde soltanto efficienza: arriva tardi alle decisioni. In un contesto di inflazione, margini sotto pressione, costi volatili e liquidità da tenere d’occhio, quel ritardo ha un prezzo. Non a caso KPMG colloca il futuro della chiusura contabile in una direzione sempre più vicina al tempo reale, con meno ore spese in riconciliazioni e più attenzione a trend e scostamenti letti man mano che emergono.

Che il problema sia tuttora diffuso lo dicono i dati. Secondo una ricerca di Ledge ripresa da CFO.com, circa la metà dei team finance impiega ancora più di una settimana per chiudere il mese; Redwood stima che oltre il 90% delle organizzazioni continui ad affidarsi ad attività manuali nel processo di close. In molte aziende, quindi, il collo di bottiglia non è la mancanza di informazioni, ma il lavoro necessario per renderle utilizzabili.

È il punto in cui l’automazione mostra il suo valore, e lo fa in modo misurabile. Il benchmark di PwC sulla funzione finance stima che automazione e ridisegno dei processi possano abbattere fino al 46% i tempi e i costi di attività chiave come fatturazione, contabilità generale, reporting direzionale e budgeting. In concreto significa meno ore passate a rincorrere il dato e più tempo per capirlo.

Il cambiamento, prima ancora che tecnologico, è di mentalità. Per molto tempo il closing è stato vissuto come un adempimento, quasi un rito di fine mese. Oggi può diventare il momento da cui parte una finanza più utile alle decisioni: in grado di leggere marginalità, liquidità e scostamenti senza aspettare che il mese sia chiuso per avere un quadro attendibile. Nelle PMI, dove spesso manca un CFO strutturato, questo passaggio pesa ancora di più.

Anche l’intelligenza artificiale spinge nella stessa direzione. Gartner ha rilevato che nel 2024 il 58% delle funzioni finance utilizzava l’AI, ventuno punti in più rispetto all’anno precedente, e prevede che entro il 2026 nove funzioni su dieci adotteranno almeno una soluzione basata su AI. KPMG, in un’indagine internazionale, osserva che una quota molto ampia di aziende ha già introdotto l’AI in qualche fase del financial reporting. Non si tratta solo di automatizzare attività ripetitive: l’obiettivo è migliorare la capacità di previsione, interpretazione e definizione delle priorità.

Il mercato segue lo stesso movimento, anche se qui i numeri vanno presi con cautela. Le stime sul giro d’affari della financial process automation variano parecchio da un istituto all’altro: c’è chi lo colloca intorno agli 11 miliardi di dollari entro il 2030 e chi supera i 18. Il punto su cui convergono è la crescita a doppia cifra, con tassi annui composti che diversi analisti stimano tra il 13% e il 15%. Quando la domanda accelera a questi ritmi, significa che non arriva più solo dalle aziende più innovative, ma da un tessuto imprenditoriale ben più ampio.

In Italia il bisogno è particolarmente evidente tra le piccole e medie imprese, dove convivono strumenti validi ma scollegati: contabilità, home banking, ERP, CRM, fogli Excel, report costruiti a mano. Il risultato è quasi paradossale: i dati esistono, ma raramente arrivano in una forma pronta a supportare decisioni rapide. Eppure è proprio sul cash flow, sulla marginalità e sulla velocità di accesso ai numeri che si gioca buona parte della tenuta e della crescita.

In questo spazio si muovono anche alcune realtà italiane. Luc.IA, per esempio, si propone come una sorta di CFO digitale per le PMI: integra dati contabili, bancari e gestionali in un’unica lettura, con l’obiettivo di ridurre il lavoro manuale, accorciare i tempi di chiusura e dare più visibilità su cassa e margini. Il valore di strumenti del genere, quando funzionano, sta meno nel numero di dashboard che mostrano e più nel tempo che liberano per l’analisi.

Va detto con onestà: nessun software risolve il problema da solo. L’automazione rende quando dietro ci sono qualità del dato, integrazioni fatte bene, governance dei flussi e una logica chiara di interpretazione. Ed è esattamente qui che si misura la maturità di un’azienda: nella rapidità con cui trasforma l’informazione in decisione, più che nella quantità di file che produce. McKinsey, del resto, individua in pianificazione, controllo, cassa e capitale circolante le aree in cui l’AI in finance sta generando più valore, cioè gli ambiti in cui un ritardo informativo costa di più.

La domanda rilevante, allora, non è se il fast closing convenga, ma quanto costi farne a meno. In una fase in cui a pesare non è solo la decisione sbagliata ma anche quella presa troppo tardi, la finanza automatizzata smette di essere un tema tecnico e diventa una questione competitiva.


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