La fiera veronese si conferma termometro di un’industria in evoluzione, tra autenticità crescente e comunicazione da ripensare
“Il vino è memoria”, scriveva Mario Soldati. Ma oggi, più che mai, è anche cambiamento.
A una settimana dalla chiusura di Vinitaly 2026, il quadro che emerge dal più importante appuntamento internazionale del vino italiano è quello di un settore immerso in una fase di evoluzione concreta e, per molti versi, inattesa nella sua profondità.
Vissuta per la prima volta con lo sguardo da sommelier, questa edizione si è rivelata un’esperienza diversa: il vino non si degusta soltanto. Prima si osserva, poi si interpreta, infine si ascolta. E ciò che si è ascoltato, tra padiglioni immensi e incontri ravvicinati, racconta meno costruzione e più identità.
Vini più leggibili, territori più presenti
Un linguaggio contemporaneo senza perdere profondità
Uno dei segnali più evidenti di questa edizione è la maggiore leggibilità dei vini: etichette capaci di parlare un linguaggio contemporaneo senza sacrificare complessità e profondità. Cresce l’attenzione al territorio come elemento distintivo e narrativo, non più semplice indicazione geografica ma vero e proprio valore differenziante.
Accanto a questo, si rafforza la spinta verso esperienze che vanno oltre il calice: l’enoturismo diventa sempre più immersivo, esperienziale, capace di trasformare la cantina in destinazione e il produttore in narratore autentico.
Mura Mura e La Viarte: due modelli di un vino che cambia
Dalla gelateria alla vigna: la visione di Grom e Martinetti
Tra le realtà che meglio incarnano questa evoluzione spicca Mura Mura, cantina nata tra Langhe e Monferrato dalla visione di Federico Grom e Guido Martinetti. Il nome richiama le antiche mura che segnano il paesaggio piemontese, ma il progetto guarda avanti: fa del tempo, della cura e della relazione i pilastri di un’identità coerente e attuale.
Non è casuale che i fondatori di Grom — marchio che ha ridefinito la gelateria artigianale italiana — abbiano portato nel vino la stessa ricerca rigorosa della qualità e della materia prima. Una filosofia che attraversa settori diversi ma rimane fedele a sé stessa. Dinamiche affini, pur in contesti e storie diverse, si ritrovano anche in altre realtà italiane che stanno ridisegnando il proprio posizionamento con analoga coerenza.
La Viarte: l’eccellenza friulana che punta al premium
Sul versante opposto della penisola, la friulana La Viarte si conferma protagonista di un percorso orientato all’eccellenza qualitativa e a un’estetica sempre più raffinata. Un esempio emblematico di quella premiumizzazione consapevole che attraversa il settore: non lusso ostentato, ma qualità percepibile a ogni livello, dalla vigna alla bottiglia, dalla cantina alla comunicazione.
La sfida aperta: comunicare il vino alle nuove generazioni
Tra ciò che il vino è e come viene raccontato resta una distanza
Non tutto, però, procede nella stessa direzione. Se la qualità media del vino italiano è cresciuta in modo significativo, la distanza tra prodotto e racconto rimane evidente. I consumi cambiano, i comportamenti si trasformano, soprattutto tra i Millennial e la Generazione Z, che si avvicinano al vino con aspettative diverse: cercano autenticità, esperienze, valori condivisi — non solo tecnicismi o punteggi.
Senza un linguaggio capace di incontrarli, il rischio per il settore è concreto: perdere rilevanza proprio nel momento in cui la qualità raggiunge vette storiche.
Vinitaly 2026: non solo vetrina, ma indicatore
La fiera di Verona come specchio di un settore che deve raccontarsi meglio
Vinitaly 2026 si conferma così non solo la più importante vetrina del vino italiano nel mondo, ma un indicatore prezioso dello stato di salute e delle tensioni interne di un intero comparto. Una fiera che, edizione dopo edizione, fotografa le trasformazioni — e quest’anno le ha mostrate con una chiarezza inusuale.
Il vino italiano ha gli strumenti per affrontare le sfide che ha davanti. Ciò che serve, forse oggi più che mai, è la volontà di raccontarsi meglio: con più autenticità, meno retorica, e la consapevolezza che il calice è solo l’inizio di una conversazione più lunga.
Gazzetta di Milano — Economia & Lifestyle
a cura di Elena Bertaiola
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