In una società sempre più veloce, digitale e orientata alla performance, cresce il bisogno di percorsi capaci di restituire centralità all’essere umano, alle sue emozioni e alla sua ricerca di significato. Tra le figure italiane che negli ultimi decenni hanno maggiormente contribuito allo sviluppo di approcci interdisciplinari tra psicoanalisi, filosofia e arteterapia c’è Nicola Velotti, psicoanalista, docente, consulente filosofico e fondatore del Philosophic Therapy Center.
Riconosciuto anche a livello internazionale per il suo lavoro teorico e formativo, Velotti è tra gli autori del Manifesto Italiano dell’Arteterapia, redatto nel 1991 insieme all’artista Camillo Capolongo, e del Manifesto Italiano della Pratica Filosofica del 1994, testi che hanno contribuito a definire in Italia il ruolo dell’arte e del dialogo filosofico all’interno dei percorsi di relazione d’aiuto.
Nel 2026 la pubblicazione della traduzione inglese della nuova edizione del Manifesto Italiano dell’Arteterapia ha ulteriormente consolidato la diffusione internazionale del suo pensiero, oggi oggetto di studio e approfondimento in diversi contesti accademici europei.
Lo abbiamo intervistato per approfondire il rapporto tra arte, filosofia e benessere psicologico nell’uomo contemporaneo.
Dottor Velotti, il suo lavoro integra psicoanalisi, filosofia e arteterapia. Come nasce questa visione interdisciplinare?
«Nasce dalla consapevolezza che l’essere umano non può essere interpretato attraverso un unico linguaggio. Ogni persona vive simultaneamente dimensioni razionali, emotive, simboliche e inconsce. Limitarsi a osservare soltanto uno di questi aspetti significa perdere una parte fondamentale dell’esperienza umana.
La filosofia permette di interrogarsi sul senso dell’esistenza e sulle grandi domande interiori; la psicoanalisi aiuta a comprendere le dinamiche profonde della psiche; l’arte consente invece di esprimere ciò che spesso non riesce a emergere verbalmente. Integrare queste dimensioni significa costruire un percorso più autentico di conoscenza e trasformazione personale.»
Nel 1991 lei firma il Manifesto Italiano dell’Arteterapia. Quanto è stato importante quel lavoro per il panorama italiano?
«È stato un momento molto significativo. In quegli anni l’arteterapia non aveva ancora un riconoscimento teorico chiaro in Italia. Esistevano esperienze isolate, ma mancava una sistematizzazione metodologica.
Con il Manifesto volevamo chiarire che l’arte, all’interno della relazione terapeutica, non è semplicemente un’attività ricreativa o decorativa. L’esperienza artistica rappresenta invece un potente strumento simbolico capace di favorire l’emersione di contenuti inconsci e processi di trasformazione interiore.
L’arte permette alla persona di entrare in contatto con aspetti profondi di sé attraverso immagini, colori, forme e gesti creativi. È un linguaggio che parla direttamente alla dimensione simbolica della psiche.»
Quanto ha influito la psicologia junghiana nel suo approccio?
«La tradizione junghiana ha avuto un’influenza fondamentale. Jung aveva intuito l’importanza del simbolo e dell’immaginazione nella vita psichica dell’individuo. Nel mio lavoro il simbolo viene considerato un ponte tra coscienza e inconscio.
Attraverso il processo creativo emergono immagini che spesso raccontano parti profonde della persona, conflitti interiori, desideri, paure e potenzialità ancora inesplorate. L’arte diventa quindi uno spazio di mediazione e trasformazione.»
Nel 1994 arriva anche il Manifesto Italiano della Pratica Filosofica. Oggi la consulenza filosofica è più attuale rispetto al passato?
«Assolutamente sì. Oggi viviamo in una società caratterizzata da grande instabilità emotiva e perdita di riferimenti. Le persone sono continuamente esposte a stimoli, informazioni e pressioni sociali che spesso generano confusione e senso di smarrimento.
La consulenza filosofica nasce proprio come pratica dialogica orientata alla chiarificazione esistenziale. Non offre formule preconfezionate né soluzioni standardizzate, ma aiuta la persona a riflettere criticamente sulla propria vita, sulle relazioni, sulle scelte e sul significato della propria esperienza.
Sempre più individui sentono il bisogno di fermarsi e ritrovare uno spazio di ascolto autentico.»
Il suo modello viene spesso definito “non medicalizzato”. Cosa significa concretamente?
«Significa evitare di ridurre ogni forma di sofferenza umana esclusivamente a una categoria patologica. Esistono disagi che appartengono alla dimensione esistenziale della persona: il vuoto interiore, la perdita di significato, le crisi identitarie, le difficoltà relazionali.
In questi casi il dialogo filosofico, l’arte e il lavoro simbolico possono rappresentare strumenti estremamente efficaci. L’obiettivo non è etichettare la persona, ma accompagnarla in un percorso di consapevolezza e trasformazione.»
Nel 2000 lei fonda il Philosophic Therapy Center. Qual è oggi la missione del centro?
«La nostra missione è formare professionisti preparati nell’ambito della relazione d’aiuto. Abbiamo sempre creduto nell’importanza dell’interdisciplinarità e dell’innovazione didattica.
Siamo stati tra i primi in Italia a realizzare corsi online di consulenza filosofica e percorsi triennali online in arteterapia. Questo ci ha permesso di creare una rete internazionale di studenti, professionisti e ricercatori interessati a un approccio integrato alla cura della persona.»
Quanto è importante il riconoscimento internazionale ottenuto negli ultimi anni?
«È importante perché dimostra che esiste un interesse crescente verso modelli di cura centrati sulla persona e non esclusivamente sul sintomo. La pubblicazione in inglese della nuova edizione del Manifesto Italiano dell’Arteterapia ha aperto nuove possibilità di confronto con studiosi e ricercatori internazionali.
Oggi le nostre opere vengono studiate e citate in diversi paesi europei e questo conferma la validità di un approccio che integra filosofia, psicoanalisi e linguaggi simbolici.»
Quale pensa sia oggi il ruolo dell’arte nella società contemporanea?
«Credo che l’arte abbia oggi una funzione ancora più importante rispetto al passato. Viviamo in una società dominata dalla velocità, dalla superficialità comunicativa e dall’iperconnessione digitale. In questo contesto l’arte può diventare uno spazio di rallentamento, introspezione e autenticità.
L’esperienza artistica permette di recuperare il contatto con il proprio mondo interiore e con dimensioni profonde spesso dimenticate. Non si tratta soltanto di estetica, ma di un’esperienza simbolica capace di trasformare la percezione di sé e della propria vita.»
Con il suo lavoro teorico, clinico e formativo, Nicola Velotti continua oggi a rappresentare uno dei principali riferimenti italiani e internazionali nell’ambito dell’arteterapia e della consulenza filosofica, contribuendo alla diffusione di una cultura della cura fondata sul dialogo, sull’ascolto e sul valore trasformativo dell’esperienza simbolica.
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