“La Russia era il nostro terzo mercato, l’Ucraina il quarto. Abbiamo dovuto inevitabilmente abbassare le stime per il 2022: il fatturato russo subirà perdite dell’80%, quello ucraino del 100%”.

Davide Brichetti, amministratore unico di Dafne, azienda milanese specializzata nella produzione di creme skin care per il corpo, parlando con la ‘Dire’ fa il punto sulle conseguenze del conflitto in Ucraina. Un settore, quello della cosmetica italiana, tra l’altro molto ben visto all’estero, soprattuttonell’Est Europa.

Per quanto riguarda la Russia “avevamo rapporti con un grosso distributore”, spiega Brichetti. “Due giorni dopo l’inizio della guerra- prosegue l’amministratore- hanno mandato una comunicazione a tutti i loro partner, noi compresi, dicendo che non sarebbe cambiato nulla, che i pagamenti erano confermati e che i soldi arriveranno, perché la loro banca non era stata colpita dalle sanzioni”.
Ad oggi “non so dire se è vero o no- prosegue Brichetti- visto che in genere ci pagano a fine mese. Loro sono il più grande fornitore che abbiamo, spero che non ci siano problemi”. Il rischio è che inizino a pagare in rubli, moneta al momento molto svalutata. “Però ci sono dei contratti che parlano di compensi in euro- dice Brichetti- e vanno onorati e rispettati”. Se dalla Russia, per il momento, arrivano rassicurazioni, le notizie che arrivano dall’Ucraina sembrano molto più preoccupanti. “Lì abbiamo un partner storico, con cui lavoriamo da 15 anni- prosegue- li sentivamo spessissimo. A gennaio e a febbraio erano già partiti con gli ordinativi”. Ma la cosa paradossale “è che un paio di settimane prima dell’invasione russa- racconta il capo di Dafne- ci dicevano che i media occidentali stavano esagerando, che probabilmente si sarebbe arrivati a una soluzione tra le parti, e che il lavoro sarebbe andato avanti”.
Le bombe però hanno cambiato gli scenari. “Ci è arrivata una comunicazione ufficiale- va avanti il manager di Dafne- hanno sospeso gli ordini e non avevano idea di quando sarebbero andati a ritirare quelli in arrivo né quando li avrebbero pagati”. Una decina di giorni dopo “ho scritto alla brand manager, anche solo per capire come stavano- aggiunge- mi ha detto che stava cercando di andare al confine con la famiglia per uscire dal Paese”.
Un cambio di prospettive repentino e inevitabile. Il cliente di Dafne ha sede a Dnipro, città non ancora raggiunta dall’avanzata russa. “Non sapeva dirmi quando e come ci saremmo risentiti”, conclude.