Didattica a distanza, docenti contro big data.

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Lezioni in presenza in piazza Mirabello - Gli studenti del Liceo Parini in protesta contro la DAD didattica a distanza e per la riapertura delle scuole - Milano 30 novembre 2020 Ansa/Matteo Corner
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I fenomeni che cambiano la vita sono quelli che nascono senza clamori, e che piano piano mutano la fruizione delle cose, o le abitudini. Tra questi possiamo certo considerare le piattaforme digitali, i social e i prodotti di software che quotidianamente usiamo.

Tutti i principali afferiscono a una stessa galassia di multinazionali, che rappresentano un intero ecosistema digitale contro il quale, però, recentemente, si sono rivoltati svariati docenti universitari che sottolineano la necessità di costituire reti e piattaforme nazionali, o delle singole istituzioni, autonome, open source e non di proprietà di qualche società, specie se speculativa.

“Le scuole e le università italiane, da quando è iniziata l’emergenza Covid, si sono affidate per la gestione della didattica a distanza a piattaforme e strumenti appartenenti perlopiù alla galassia cosiddetta “Gafam” (Google, Apple, Facebook, Microsoft e Amazon) – spiega Domenico Fiormonte, docente di Sociologia della comunicazione all’Università Roma Tre e promotore insieme ad altri docenti di una lettera aperta -.

Tuttavia, il 16 luglio 2020 la Corte di Giustizia Europea ha emanato una sentenza molto importante (C-311/18) dove, in sintesi, si afferma che le imprese statunitensi non garantiscono la privacy degli utenti secondo il regolamento europeo sulla protezioni dei dati, conosciuto come GDPR (General Data Protection Regulation).

Dunque allo stato tutti i trasferimenti di dati da UE a Stati Uniti devono essere considerati non conformi alla direttiva europea e perciò illegittimi. Questo – prosegue – non solo nell’interesse di docenti e studenti, che hanno il diritto di studiare, insegnare e discutere senza essere sorvegliati, profilati e schedati, ma perché Gafam ha la forza e il potere per plasmare il futuro dell’educazione in tutto il mondo, ed esistono già progetti in cui la ‘didattica integrata’ prevede contenuti culturali imposti da queste società e per le scuole che aderiscono non è possibile mutarli. Infine, sebbene possa apparirci fantascienza, si parla già di intelligenze artificiali che ‘affiancheranno’ i docenti nel loro lavoro”.

Eppure a tutti i genitori sarà capitato, in questi mesi segnati dalla pandemia, di dover aprire delle caselle email di noti marchi, di dover usare piattaforme digitali dei giganti del web. E sulla base di quale criterio? E la tutela degli alunni? Il Ministero dell’Istruzione ha siglato i protocolli la scorsa primavera, prima della sentenza quindi, e da più parti, ora, si chiede un ripensamento.

In un’altra lettera aperta promossa dal professor Raffaele Meo (membro del Cnr, docente emerito del Politecnico di Torino) e dalle associazioni di software libero alla ministra Azzolina, si ricorda che “le scuole sono tenute a scegliere le soluzioni da acquisire solo dopo aver realizzato la valutazione comparativa prevista dall’art. 68 del D. Lgs. 82/2005, che impone di preferire software libero”, come successo in Germania, ad esempio, dove ‘Zoom’ sarebbe stata estromessa. “Ad esempio – scrive il professor Meo – nell’arco di pochi giorni alcuni tecnici del Politecnico di Torino hanno realizzato, utilizzando una piattaforma libera, l’intero sistema di videolezioni che trasmette ogni giorno oltre 600 lezioni a 10.000 studenti”.

Un seminario proprio sulla ‘sfida della didattica digitale’, alla presenza di Guido Scorza, membro dell’Authority per la protezione dei dati personali, è stato organizzato per il 4 dicembre dal Dipartimento di Scienze Politiche a Roma Tre.
(ANSA).

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