Russ Schoene è stato a Milano poche ore, ma abbastanza per ricevere il meritato applauso del suo pubblico, dei “migliori tifosi del mondo”, abbracciare Coach Peterson, Coach Casalini, Toni Cappellari e due dei suoi compagni di squadra più apprezzati, Renzo Bariviera e Roberto Premier. Ecco quello che Russ ha detto.

L’IMPATTO CON MILANO – “Quando mi è stato chiesto di fare il video su Dino Meneghin ho risposto la stessa cosa. Non sapevo nulla della lega italiana e certamente non sapevo nulla di Milano. Ma ricordo che Coach Dan Peterson mi diceva di non preoccuparmi di nulla, perché avevamo dei grandi giocatori. Parlava di Dino Meneghin, di Mike D’Antoni, ma anche degli altri grandi giocatori che avevamo, Roberto Premier, Franco Boselli… Cercava di alleggerirmi la mente, non dovevo fare tutto, ma solo giocare, sentirmi a mio agio, e questo mi ha agevolato tanto, ma tanto. I ragazzi sono stati grandi, mi hanno fatto subito sentire uno di loro, così inserirmi è stato davvero facile”.

IL RISCHIO TAGLIO – “Non sapevo nulla, perché non sapevo leggere i giornali, Coach Peterson non mi disse nulla, Mike D’Antoni non mi disse nulla, Wally Walker era nella mia stessa situazione perché anche lui non leggeva i giornali. All’inizio ho fatto fatica in parte perché venivo da un’operazione alla schiena e dovevo allenarmi per ritornare in forma e in parte probabilmente perché non conoscevo abbastanza la lega italiana. Ma non sapevo nulla di quello che stava succedendo, che c’era chi mi voleva sostituire, io pensavo solo a giocare e ritornare nella condizione in cui ero prima dell’infortunio. Poi Coach Peterson mi ha spiegato che ero il giocatore giusto per quella squadra, che gli altri giocatori erano la ragione per cui avevano deciso di tenermi. E chiaramente è stata la scelta giusta per tutti alla fine. Io sono tornato ad essere il giocatore che ero prima e a essere quello che loro pensavano fossi e a non deluderli”.

IL RUOLO DI ALA PICCOLA – “Giocare da ala piccola è stato un piccolo adattamento che ho dovuto fare, ma avevo già giocato in quella posizione nella NBA, a Philadelphia. Difensivamente giocavo da ala piccola perché riuscivo a stare con il giocatore che marcavo ed ero mobile, offensivamente quando giocavo accanto a Doctor J nel mio primo anno facevo il 4, ma quando lui andava in panchina mi capitava di giocare anche da 3. Avevo esperienza di gioco da ala piccola, ma non tantissima fino a quando non sono venuto qui”.

LA FINALE DI COPPA KORAC – “Mi ricordo che Joe Barry Carroll uscì per falli in quella partita, che era molto importante, e non volevo deludere la squadra e fu una di quelle sere in cui tutto va alla perfezione e in mio favore. Ho giocato bene nel momento giusto, ma non c’è stata nessuna pozione magica, è solo andato tutto bene”.

IL SECONDO ANNO – “Non ho mai pensato di aver giocato così bene, nella lega italiana c’erano tanti grandi giocatori americani, ma io ero uno dei leader della squadra più forte e questo mi ha aiutato. Di sicuro ho giocato bene, ma non so dire se fui davvero il miglior americano del campionato. Certo, è un grande riconoscimento e sono contento che qualcuno abbia pensato questo di me, ma per me personalmente è stato importante aver vinto il secondo titolo consecutivo, soprattutto perché all’inizio molti pensavano che non avremmo mai vinto senza Joe Barry Carroll che rientrò nella NBA. Dicevano che senza Carroll saremmo crollati, la prendemmo sul personale, per dimostrare che eravamo lo stesso la miglior squadra italiana. E ci siamo riusciti”.

IL RITORNO NELLA NBA – “Ero tornato in forma, in salute, ero ancora giovane e volevo testarmi ancora una volta nella NBA, vedere se potevo giocare a quel livello. Non aveva ovviamente nulla a che vedere con Milano, con la società, fu solo la voglia di provare a me stesso che potevo giocare di nuovo nella NBA dopo l’operazione. Avevo questa possibilità e la utilizzai. Poi sono tornato in Italia in seguito, ma in quel momento era importante dimostrare a me stesso che potevo giocare”.

LA COPPA ITALIA VINTA CONTRO MILANO – “E’ stato divertente, quando a Verona dalla A2 abbiamo vinto la Coppa Italia e battuto Milano. Non voglio dire che mi ha reso felice, ma sapevo che tipo di squadra e società dovevamo battere e il fatto che l’allenatore fosse Mike D’Antoni che prima della partita mi aveva detto che non avevamo chance, direi che è stato soddisfacente”.

IL POST CARRIERA – “Ho fatto diverse cose, sono stato nella ristorazione per un po’ di tempo, ho allenato ma sempre come volontario tranne i due anni all’Università di Washington, ma subito dopo sono tornato ad allenare da volontario a livello liceale. Mi piace andare in campo con i ragazzi giovani. Ho lavorato nel settore immobiliare, nelle costruzioni, sono stato molto impegnato e anche per questo ho allenato solo da volontario. Non volevo sentirmi in colpa quando non potevo essere presente”

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