A Milano, dire “ATM” significa pensare a tram, metro, bus, orari, coincidenze. È un riflesso automatico, quasi identitario. Ma la Fondazione ATM è molto più di questo: è un organismo che da decenni si occupa di benessere, sostegno e servizi alla persona, spesso lontani dai riflettori. Tra questi, il Poliambulatorio, un presidio sanitario che offre cure accessibili a tutti e che oggi si trova a fronteggiare una delle fragilità più diffuse della vita contemporanea: il mal di schiena.
Qui lavora Michele Murelli, fisioterapista, che ogni giorno incontra pazienti di ogni età, accomunati da un disturbo che racconta molto della città e dei suoi ritmi. Con lui abbiamo parlato di stile di vita, sedentarietà, nuove tecnologie e dell’importanza — spesso sottovalutata — della costanza.
Qual è oggi il problema più comune tra le persone che arrivano da lei?
«Il disturbo che vedo più spesso è senza dubbio il mal di schiena. Non è una novità in sé, ma oggi ha assunto una dimensione diversa: è più frequente, più persistente e spesso arriva a limitare la vita quotidiana. La cosa interessante è che non riguarda solo chi fa lavori pesanti: anzi, sempre più spesso colpisce chi conduce una vita apparentemente “comoda”, fatta di uffici, computer, riunioni seduti. La schiena è diventata una sorta di barometro del nostro stile di vita, e purtroppo segna tempesta».
Negli ultimi anni sono cambiati i pazienti o i disturbi?
«Sì, sono cambiati entrambi. I disturbi si sono esacerbati, e questo dipende molto da un peggioramento delle abitudini quotidiane. Oggi arrivano molti pazienti sovrappeso, uomini e donne, ma noto una prevalenza maschile: spesso gli uomini sono meno attenti alla cura quotidiana, nonostante pratichino più sport. L’alimentazione disordinata, i ritmi frenetici, la difficoltà a ritagliarsi tempo per sé… tutto questo pesa sulla colonna. E quando parlo di peso, intendo proprio un carico fisico: i chili in eccesso gravano sulle strutture vertebrali e accelerano l’insorgenza del dolore».
Quanto incide la sedentarietà, lo stare seduti davanti al computer?
«Incide tantissimo. È quello che molti definiscono “il nuovo fumo”, e non è un’esagerazione. Passiamo ore seduti, spesso senza rendercene conto. Anche le riunioni, che un tempo erano momenti di movimento, oggi si fanno davanti a uno schermo. Il corpo non è progettato per restare fermo così a lungo: la muscolatura si indebolisce, la postura si altera, la colonna si irrigidisce. Alcune aziende stanno introducendo pause attive, ma la verità è che la maggior parte delle persone resta seduta per 8, 10, 12 ore al giorno. È una tossicità silenziosa».
Quali sono gli errori più comuni che commettiamo nella vita di tutti i giorni?
«L’errore più grande è dire: non ho tempo. In realtà, il tempo si trova. Io dico sempre che bastano 15–20 minuti al giorno di attività costante. Non serve andare in palestra o fare allenamenti intensi: basta ottimizzare ciò che già facciamo. Camminare due fermate in più, usare le scale, evitare l’ascensore, fare brevi tratti a piedi invece di prendere la metro per una sola fermata. Sono piccoli gesti che, se ripetuti, diventano abitudini. Il problema è che spesso sappiamo cosa dovremmo fare, ma non riusciamo a inserirlo nella routine. E la schiena, prima o poi, presenta il conto».
Quando un mal di schiena va trattato e non ignorato?
«Va trattato quando inizia a interferire con la vita quotidiana. Se faccio fatica ad alzarmi dal letto, a dormire bene, a mettermi i calzini, a girarmi nel sonno… sono segnali che non vanno ignorati. La schiena è un sistema unico: se soffre la parte bassa, soffre anche la parte alta. Molti aspettano troppo, sperando che passi da solo. Ma il dolore è come un campanello: se continua a suonare, significa che qualcosa non va e va affrontato prima che diventi cronico».
Come si svolge una seduta nel Poliambulatorio della Fondazione ATM?
«Il percorso è sempre personalizzato, ma in generale comprende tre elementi. Il primo è il lavoro manuale, che per me resta fondamentale: permette di valutare e trattare le tensioni, le rigidità, le disfunzioni. Il secondo è il lavoro attivo, cioè esercizi mirati che il paziente deve poi continuare a casa. La terapia funziona solo se il paziente partecipa. Il terzo è il supporto strumentale, che aiuta a ridurre il sintomo senza ricorrere ai farmaci. Non cura la patologia, ma permette di lavorare meglio e più velocemente».
Tra questi strumenti c’è anche Tesla Care. Di cosa si tratta?
«Tesla Care è una tecnologia di stimolazione magnetica funzionale, una magnetoterapia di ultima generazione. È molto efficace perché non ha effetti collaterali e lavora su due fronti:
- ricrea tono muscolare anche in modo passivo,
- riduce l’infiammazione agendo sul metabolismo cellulare. In pratica, aiuta il tessuto a nutrirsi meglio e quindi a rigenerarsi. È un supporto prezioso, soprattutto nei casi in cui il dolore impedisce di iniziare subito un lavoro attivo».
Quanto conta la costanza del paziente?
«Conta tutto. Se si stabiliscono 10 sedute in 5 settimane e se ne saltano 3, l’efficacia si riduce drasticamente. La terapia è un percorso, non un intervento isolato. La costanza è la vera discriminante tra chi migliora e chi resta fermo. E questo vale anche per gli esercizi a casa: senza continuità, i risultati non arrivano».
E per chi fa sport? Meglio fermarsi o continuare?
«Io lavoro con lo sport e dico sempre che, salvo patologie che richiedono riposo assoluto, non bisogna abbandonare l’attività. Il movimento ha un impatto enorme sul benessere psicologico, e questo è fondamentale in una città come Milano, dove lo stress è parte del paesaggio urbano. L’importante è modulare l’attività, non eliminarla: ascoltare il corpo, adattare gli allenamenti, evitare gli eccessi. Ma fermarsi del tutto, nella maggior parte dei casi, non è la soluzione».
https://www.fondazioneatm.it/it/index.html
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