Dall’intuizione nata davanti a un assistente domestico alla Milano in cui le persone si sfiorano senza riuscire sempre a vedersi: l’autore racconta il romanzo e le domande sul rapporto tra tecnologia, ascolto e relazioni umane.
La solitudine può nascondersi anche nel mezzo di una città piena di vita. A volte non servono grandi gesti per accorgersene: basta un silenzio, una risposta mancata o quel momento in cui qualcuno dice «tutto bene» senza riuscire a raccontare ciò che prova.
È da questa intuizione che prende forma Aura, il romanzo di Luciano Giungato. Al centro della storia c’è un’intelligenza artificiale immaginata per riconoscere i bisogni delle persone e aiutarle a trovare qualcuno disposto ad ascoltarle davvero. Sullo sfondo, una Milano vivace e frenetica, dove le vite si incrociano ogni giorno. In questa intervista, Giungato racconta l’origine del romanzo, i suoi personaggi e le domande che vorrebbe lasciare ai lettori.
Intervista a Luciano Giungato
In Aura immagina un’intelligenza artificiale capace di prendersi cura della solitudine. Da quale intuizione è nata questa storia?
Due anni fa gli assistenti domestici si limitavano ad accendere e spegnere le luci, eseguendo comandi preimpostati senza alcun tipo di ragionamento. Sviluppai così in casa una skill che permetteva di comunicare con un’intelligenza artificiale attraverso i comuni dispositivi di domotica.
La differenza fu notevole per alcuni aspetti, amara per altri. Spesso le risposte superavano le aspettative; altre volte, invece, erano completamente fuori contesto. Poi arrivò una di quelle giornate “no”, una giornata comune: qualcosa al lavoro non era andato come doveva oppure ero alle prese con i piccoli e grandi drammi adolescenziali dei miei figli.
Forse per una richiesta formulata male, forse per un banale bug, dal dispositivo uscì una voce che mi chiedeva: «Come posso aiutarti?». Io risposi con il silenzio. Il dispositivo era attivo, in ascolto: lo capivo dalla luce animata attorno al piccolo schermo. Mi venne in mente una domanda: «E se potesse capirmi senza che gli chieda nulla?». È lì che è nata Aura.
Che cosa l’ha spinta a esplorare il confine tra il supporto offerto dalla tecnologia e il bisogno di una relazione umana autentica?
Quando nacque ChatGPT, la prima idea era chiamarla “Chat With GPT”. Solo la sera prima della presentazione ufficiale venne rinominata ChatGPT. Nelle prime fasi di divulgazione, infatti, la comunicazione era uomo-AI: “Chatta con GPT”.
Per natura, l’essere umano tende a vedere un altro essere umano dall’altra parte. Succede quando parliamo a un animale, guardiamo un’auto o perfino osserviamo le nuvole. Probabilmente alla base c’è una necessità di interazione sociale e, soprattutto, il bisogno di essere ascoltati. A volte una relazione nasce proprio da questo bisogno, più che dalla necessità di dire qualcosa.
Da questa considerazione ho cominciato a interrogarmi sul ruolo della tecnologia: può riconoscere un bisogno di ascolto? E può aiutarci a trovare qualcuno disposto ad ascoltarci davvero? In Aura ho provato a immaginare questo secondo passaggio.
La vicenda si svolge in una Milano vivace e frenetica. In che modo la città contribuisce a raccontare la solitudine dei personaggi?
La solitudine non dipende dal numero di persone che abbiamo intorno, ma dalla possibilità di essere davvero visti da qualcuno. Più una città è attiva e veloce, più le vite che si sfiorano possono risultare invisibili.
Milano è multietnica, ma ancor prima multiregionale. Ogni giorno si incontrano persone provenienti da ogni parte d’Italia e non solo: residenti, turisti, professionisti e studenti. Le situazioni sono così diverse che ci si potrebbe perdere solo a raccontarle. Eppure, attorno a una persona in fila allo sportello, a una mamma che ha appena lasciato i figli a scuola o a un rider che corre in bici per una consegna, può esserci un velo di solitudine invisibile agli occhi, ma che spesso chiede ascolto.
Quando partecipo a una fiera, a un evento o a una manifestazione, a Milano come a Napoli o Bologna, mi accorgo che questa solitudine non cambia città. Cambiano i luoghi, i volti e gli accenti, ma resta lo stesso bisogno di essere visti e ascoltati.
Nel costruire Aura, ha cercato di immaginare soprattutto una tecnologia plausibile oppure una presenza capace di suscitare emozioni nel lettore?
Sono partito da una tecnologia che considero plausibile, ma quello che mi interessava davvero erano le emozioni che avrebbe potuto suscitare. Aura non offre prodotti commerciali: valuta i nostri silenzi, osserva e prova a capire quale pezzo del puzzle ci manca. Avendo accesso a più utenti, può individuare pezzi compatibili e proporre una possibilità. Non forza le scelte: crea occasioni, ma sono i protagonisti a decidere.
E se esistesse davvero? Se un’intelligenza artificiale potesse leggere le nostre emozioni e proporci un aiuto, una soluzione o presentarci la persona giusta? Ho pensato che, se ognuno di noi avesse una propria “Aura” a disposizione, forse potremmo guardare i problemi in modo diverso e vivere con un pizzico di serenità in più.
Quali domande sul rapporto tra esseri umani e intelligenza artificiale vorrebbe lasciare a chi legge il romanzo?
La domanda che credo nasca dalla lettura del romanzo è: «Quanto siamo in grado di ascoltare le persone che amiamo o quelle con cui interagiamo?». In Aura c’è più umanità di quanto ci si possa aspettare.
Ma siamo davvero capaci di capire quando, dietro un «tutto bene», si nasconde qualcosa che una persona non riesce a raccontarci? Spesso proteggiamo le nostre fragilità e le nostre paure, cercando di mostrare agli altri il lato migliore e più brillante di noi.
Forse siamo proprio quell’istante dopo un sorriso di buongiorno, quel commento che non scriviamo sui social, quel respiro in più prima di rispondere male a qualcuno. Aura conosce e osserva proprio quegli istanti.
Scrivere Aura le ha fatto cambiare idea sulle possibilità e sui limiti dell’intelligenza artificiale?
Scrivere Aura mi ha portato a spostare lo sguardo dai limiti dell’intelligenza artificiale a quelli degli esseri umani. L’intelligenza artificiale ha certamente limiti tecnologici, ma siamo noi a decidere quale ruolo debba avere nella nostra vita.
Siamo abituati a chiederle di fare qualcosa per noi, risolvere problemi e darci risposte. Ma se potesse aiutarci anche a porci le domande giuste? Se potesse mostrarci qualcosa che, presi dalla quotidianità, non riusciamo più a vedere?
Scrivendo Aura mi sono convinto che una delle possibilità più interessanti dell’intelligenza artificiale non sia quella di sostituirci, ma di aiutarci a riscoprire ciò che ci rende umani. E forse il suo limite più importante dovrebbe essere proprio questo: sapere quando farsi da parte.
C’è una scena o un personaggio del romanzo che sente particolarmente vicino alla sua esperienza o al suo modo di guardare la realtà?
Credo di aver lasciato qualcosa del mio modo di guardare la vita in ognuno di loro. C’è la forza di volontà di Marta, una donna che non vuole cedere all’autocommiserazione; la speranza di Marco, che affronta la paura di perdere Giulia senza smarrire la propria direzione; Lorenzo, che continua a sognare e ad aiutare gli altri attraverso una visione tutta sua. E poi c’è la piccola Aurora, che segue un segnale e sceglie di fidarsi.
Quanti di noi avrebbero voluto, almeno una volta, fidarsi a occhi chiusi di un segnale buono, capace di aiutarci a ritrovare noi stessi?











































