Caregiver, i sindacati: serve legge di tutela.

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È femmina nell’85% dei casi; l’età più rappresentata è quella tra i 50 e i 55 anni; quasi sempre dipendente a tempo pieno e assiste solitamente la madre. È l’identikit del “caregiver” che emerge dallo studio “Caregiver e Covid-19” presentato dalla “Associazione per la ricerca Sociale”.
Abbiamo voluto indagare come stanno vivendo questa emergenza coloro che si prendono cura di una persona, in quali condizioni si trovano,  quali esigenze esprimono e quali indicazioni possiamo trarne per la “fase 2” appena iniziata”, sottolineano Sergio Pasquinelli e Giulia Assirelli responsabili della ricerca, effettuata anche con il contributo di FNP CISL.
La Lombardia conta dieci milioni di residenti; di questi, 2,2 milioni sono anziani (over 65), 510.000 dei quali non autosufficienti. A fronte di questa presenza, opera circa mezzo milione di caregiver familiari.
Sono volontari e, molto spesso senza alternative, che si vedono costretti a sostituirsi alla mancanza di servizi socio-sanitari sul territorio – dice  Emilio Didoné, segretario generale di FNP CISL Lombardia . Al momento non c’è una legge che li tuteli, anche se la Commissione Lavoro del Senato dovrebbe iniziare la discussione del disegno di legge n. 1461. Un testo unico, firmato da settori di tutti i gruppi, che prevede il riconoscimento e il sostegno a chi svolge il ruolo di caregiver”.
Uno dei primi dati preoccupanti che emergono dalla ricerca riguarda il lavoro. Fino al mese di febbraio, due caregiver su tre lavoravano. Per la maggior parte di questi, però, da allora le cose sono cambiate: uno su quattro ha ridotto le ore di lavoro, altrettanti hanno temporaneamente sospeso l’attività lavorativa mentre il 6% l’ha persa definitivamente.
I caregiver intervistati hanno risposto mettendo in cima ai “desiderata” i servizi, quei servizi domiciliari che molti di loro, anche prima del coronavirus, non hanno mai visto. “E colpisce anche che la cosa che interessa di più ai caregiver sia avere informazioni su ciò che il territorio offre, prima che aiuti concreti”, sottolinea la ricerca di ARS.
Dalla ricerca e dalle sue considerazioni finali, esce la rappresentazione di un mondo, nel quale “colpisce la fatica diffusa, il sentirsi sotto pressione quotidianamente, soprattutto nelle situazioni di convivenza, i drammi della solitudine, dell’isolamento quando non addirittura dell’abbandono di persone che non escono di casa da anni, la complicazione a fare qualsiasi cosa, il dispiacere per i servizi frequentati e chiusi. Il racconto è quello di famiglie sole, spaesate perché povere di riferimenti,  talvolta autoreferenziali nelle poche aspettative che esprimono. È la realtà di un impegno muto perché poco abituato a viversi come tale, ad esternare i propri sentimenti e le proprie esigenze”.
I caregiver  – sostiene Didonè – vanno riconosciuti socialmente e sostenuti anche economicamente, formati, supportati da servizi professionali in campo sociale e sanitario, sollevati dal peso della cura per alcuni periodi: è giusto riconoscere l’assistenza familiare come lavoro, e come tale merita le tutele proprie di chi lavora.
FNP e CISL hanno depositato una proposta di legge quadro per la Non autosufficienza ed ancora di recente nella piattaforma unitaria, nelle mobilitazioni e nel confronto con il Governo questa rappresenta una delle nostre principali richieste. Questo Paese deve affrontare al più presto il problema della vecchiaia, della cronicità e della non autosufficienza autentica bomba sociale pronta ad esplodere. I familiari che assistono possono fortunatamente beneficiare di istituti come i permessi ex legge 104/92 e altre innovazioni che la contrattazione collettiva negli anni ha inserito, per potersi astenere dal lavoro in alcuni giorni e dedicarsi alla cura e all’attivazione delle procedure. Basti pensare alla “cessione dei permessi solidali” che consente a lavoratori e lavoratrici di donare tempo a colleghi che sono in contatto con le non autosufficienze. E’ un welfare reale, presente, quotidiano – conclude il segretario dei Pensionati CISL -, che purtroppo non sempre è però in rete con i servizi pubblici, e troppo spesso fatica per avere informazioni, attivare supporti, ricevere sostegni a causa di interventi frammentati, parcellizzati riferibili a soggetti istituzionali diversi”.
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