#Elevenforever, il Meneghin Day al Forum.

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Dino Meneghin, Giorgio ArmanirA | X Armani Exchange Olimpia Milano - Maccabi FOX Tel AvivrTurkish Airlines Euroleague 2019/20rMilano, 19/11/2019rFoto M. Ceretti // CIAMILLO-CASTORIA
Certe notti non puoi neanche immaginarle, non puoi neanche programmarle. Sono notti speciali. Dino Meneghin arrivò a Milano nell’estate del 1981 quando si sospettava fosse un campione a fine carriera, con tanti acciacchi e un grande passato. Era l’eroe di Mosca 1980, dell’incredibile epopea varesina. Scelse Milano perché voleva finire vincendo. Firmò un contratto di due anni e ne giocò altri 14. La dinastia di Varese la replicò all’Olimpia. Arrivarono altre tre finali di Coppa dei Campioni quindi 13 in tutto e due vittorie quindi sette in totale. Non parliamo poi di scudetti perché ne ha vinti 12. Semplicemente, Dino Meneghin è stato il più grande di tutti. “Il suo talento era indubbio, ma ci ha messo sacrificio, passione, lavoro, ed era l’unico che mi chiedeva di andare a lavorare anche ad orari insoliti se non si sentiva pronto”, ha detto proprio ieri Claudio Trachelio, preparatore atletico dell’Olimpia anni ‘80.
E poi ci sono i compagni. Sono venuti in massa a Milano per omaggiarlo da ogni angolo d’Italia,  che fossero quelli che hanno condiviso con lui le vittorie di Milano, Roberto Premier da Gorizia per dirne uno, oppure fossero di Varese o i “ragazzini” di Trieste come De Pol, Fucka e Pilutti. O i compagni della Nazionale. Caglieris, Brunamonti e Marzorati ovvero il playmaker a tre teste che vinse l’oro a Nantes. Il bomber Antonello Riva. Meo  Sacchetti che cancellò Sergei Belov nella più clamorosa impresa azzurra di sempre, la vittoria sull’Unione Sovietica a Mosca 1980. C’era Fabrizio Della Fiori. Chi poteva c’era. Aldo Ossola e Marino Zanatta, ad esempio. Chi non ha potuto esserci ha chiamato. Meneghin è stato il più grande e ha sempre avuto compagni pronti a seguirlo. L’hanno fatto anche ieri. È stato indimenticabile.

 

L’Olimpia ha ritirato la maglia numero 11 dell’Olimpia, ma ha voluto che la festa fosse alla carriera di Dino Meneghin. Varese, Trieste e la Nazionale sono stati accomunati in un unico grande abbraccio. Meneghin ha ringraziato tutti, voleva che ci fossero tutti e far capire a tutti che tutti l’hanno portato lì. “Senza di voi io non sarei qui a parlare”, ha detto e sono state le stesse parole pronunciate quattro anni fa da Mike D’Antoni. E spiegano tante cose, forse spiegano tutto. Meneghin fuoriclasse, Meneghin amato dai compagni (“Non mi piacque rinunciare al numero 11 che avevo avuto per 14 anni nella NBA, ma poi non sono mai stato così orgoglioso di vederlo sulle spalle tue”, ha detto Bob McAdoo), Meneghin lavoratore orgoglioso, che ha reso fieri i suoi allenatori. “Il merito di questa serata è di chi mi ha scelto tanti anni fa. Little Big Dan Peterson”, ha detto.

Uomo squadra, altruista fino in fondo, oltre i record e i riconoscimenti, oltre le vittorie e lo stile di gioco (“Avrò schiacciato tre volte in carriera, mi faceva male ai polsi”). Ha trasmesso tutto questo ad una generazione di tifosi. I cori di ieri ci hanno portato direttamente trent’anni abbondanti indietro, a quando Dan Peterson mise una mano sulla spalla di Russ Schoene, che aveva già giocato nella NBA, ma era un ragazzino, e gli disse “Non preoccuparti, abbiamo Dino Meneghin”. E con il tempo Schoene comprese quello che il Coach gli stava trasmettendo. Il più grande uomo squadra della storia.

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