Intervista a Clara Giuliani, Spazio&Sensi
L’architetta racconta come luce, empatia e identità stiano trasformando il modo di abitare la città
Quale visione porta Spazio&Sensi nel panorama milanese dell’Interior Design?
La visione secondo cui il progetto diventa uno strumento capace di disegnare i comportamenti e di conseguenza le applicazioni sociali che avvengono negli spazi. Ogni conformazione può conservare una potentissima forza espressiva, e l’architettura è il linguaggio che produce bellezza e funzionalità. Ci piace citare il celebre architetto De Lucchi, quando parla di “Empatia degli Spazi “come la capacità dell’architettura di esprimersi e comunicare con la stessa intensità delle immagini e delle parole.
In che modo si intrecciano rigore tecnico e sensibilità estetica nel vostro metodo progettuale?
Nel nostro modus operandi, il rigore tecnico dell’Architettura e della Progettazione Illuminotecnica si intreccia con una ricerca estetica coltivata attraverso la passione e lo studio dell’arte e del disegno. Ne nasce un alfabeto progettuale riconoscibile, ogni tratto della penna si fa linguaggio capace di incidere sulle cellule e sugli stati d’animo di chi abiterà gli spazi che abbiamo disegnato.
Perché la luce rappresenta uno degli elementi cardine del vostro linguaggio architettonico?
La luce è il primo elemento capace di trasformare uno spazio in un’esperienza. Modella le atmosfere, restituisce profondità ai materiali ed influenza il modo in cui il corpo e la mente percepiscono l’ambiente, rendendo ogni interno vivo, intimo e riconoscibile. Teniamo a porre l’accento sul fatto che uno stesso ambiente possa avere molteplici scene di luce, diverse a seconda del momento della giornata e soprattutto a seconda del tipo di attività che scegliamo di compiere.
Cosa significa, per voi, creare spazi con una forte identità e capaci di incidere sugli stati d’animo?
Significa dare forma a luoghi che sappiano parlare di chi li abita. Nella nostra concezione, un interno ben progettato è come un diaframma: capace di stringersi per accogliere in sé tanto la dimensione intima del suo abitante quanto quella relazionale, che spesso si traduce nella volontà di invitare persone all’interno del proprio recinto, del cosiddetto spazio primario. L’architettura si fa così presenza che dialoga emotivamente con chi la vive.
Quali esigenze emergono dai clienti che vivono quotidianamente i “non luoghi” lavorativi?
Dai clienti emerge il desiderio profondo di sottrarsi all’anonimato dei “non luoghi” lavorativi in cui trascorrono la maggior parte del proprio tempo: open spaces, ambienti standardizzati, replicabili, privi di identità, senza alcun elemento in grado di restituire un senso di appartenenza. Ed è proprio a partire da questa assenza che il progetto domestico assume un ruolo centrale, tornando a costruire relazione, riconoscibilità e qualità dell’esperienza.
Come aiutate le persone a riconoscere e tradurre il proprio gusto in forme, materiali e colori?
Molti clienti percepiscono il proprio gusto ma non riescono a tradurlo in forme. Trovano spesso molta difficoltà anche quando provano ad immaginare uno spazio, accostare colori, comporre. Il progetto diventa allora un percorso di interpretazione ed ascolto, che porta i clienti a leggersi dentro e a dare espressione a un’identità ancora inespressa. Un processo attraverso cui emozioni, abitudini e identità prendono forma in materiali, colori, luce e proporzioni.
In che modo la flessibilità funzionale degli ambienti domestici risponde all’abitare contemporaneo?
Riflette la complessità dell’abitare contemporaneo attraverso spazi fluidi che modificano la propria conformazione nelle fasi della giornata. La luce in questo metodo aiuta in maniera fondamentale, perché attraverso la composizione delle scene di luce accompagniamo e assecondiamo comportamenti e stati d’animo. La casa non è più definita da funzioni rigide, ma da ambienti che possono trasformarsi, accogliendo lavoro, intimità e relazione, con naturale continuità.
Cosa significa, oggi, progettare uno spazio che permetta a ciascuno di trovare il proprio spazio nel mondo?
Costruire spazi capaci di restituire alle persone un senso di presenza e appartenenza. In un momento storico segnato da standardizzazione e velocità, l’architettura è il luogo in cui fermarsi, riconoscersi, esprimersi e trovare finalmente il proprio spazio nel mondo. Lo spazio domestico torna così ad essere luogo di espressione, contemplazione e riconoscimento di sé. Nella velocità e nell’iperconnessione tecnologica, l’architettura compie un gesto profondamente umano: dare forma a un luogo in cui sentirsi finalmente presenti e autentici.
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