Una giornata dedicata al ricercatore ancor prima che alla ricerca, perché la ricerca è fatta di uomini. Una giornata speciale quella vissuta dall’ICS Maugeri di Pavia, che ha ospitato Rino Rappuoli, definito dall’amministratore delegato Mario Melazzini “un potenziale premio Nobel in vaccinologia”. Rappuoli, microbiologo, nel 2005 ha ricevuto la medaglia d’oro al merito della Sanità Pubblica, mentre il 1 giugno scorso è stato insignito dell’alta onorificenza di Cavaliere del Lavoro dal presidente della Repubblica, per il suo impegno nel campo delle ricerche sugli anticorpi monoclonali, una delle armi più promettenti contro la lotta al Covid.
E dunque Rappuoli annuncia una sorta di bazooka anti Covid. “Noi abbiamo sviluppato un anticorpo monoclonale di seconda generazione – spiega Rappuoli- con diverse peculiarità: da una parte neutralizza ogni tipo di variante, poi invece di essere somministrato in endovena si somministra attraverso iniezione. Inoltre, è il più potente mai sviluppato, quindi può essere usato da tante persone e non da un gruppo di elite”.
Attualmente, questo monoclonale “ha fatto la fase clinica 1 con risultati eccezionali”, mentre adesso “è in una fase 2-3 che speriamo si concluda presto così da essere a disposizione delle persone”. Autentico protagonista della mattinata, Rappuoli dimostra come questo sia un vero e proprio momento storico per il Paese e per un settore, come quello della ricerca, che ha l’obbligo di cogliere questa opportunità dalla crisi.
In fondo, come racconta il direttore scientifico dell’Ics Maugeri, Walter Ricciardi, il futuro del paese “passa attraverso un aumento delle attività di ricerca e di innovazione“, mentre l’Italia attualmente “non è neanche nei primi trenta paesi su questo aspetto”, dunque dobbiamo migliorare. Con di fronte questa grande occasione, ossia quella del Pnrr, per Ricciardi “tutti I ricercatori italiani devono in qualche modo capire come possono giocare un ruolo da protagonisti nell’ambito di questi grandi finanziamenti che arriveranno, e questo lo devono fare a tutti I livelli: ricerca di base, ricerca applicata e ricerca industriale”. In particolar modo, quest’ultima, che “è legata al trasferimento tecnologico, cioè la creazione di innovazioni che vanno sul mercato e quindi producono ricchezza e quindi vantaggi per i paesi”.
Già, è questo in fondo il senso del messaggio dell’evento: dimostrare che l’innovazione sostenibile e la ricerca non solo siano ancore di salvataggio da un punto di vista sanitario, ma lo possano essere proprio da un punto di vista economico, se si valuta che l’effetto covid è andato a colpire i settori più fragili e precari della popolazione, settori che, economicamente parlando, sono ‘occupati’ dalle fasce più giovani della popolazione.
A questo, va affiancata una sofferenza del comparto: in Italia l’intensità di spesa in risorse e sviluppo rispetto al Pil (nel 2018 pari all’1,4%) è infatti decisamente distante dai livelli dei paesi Ocse, che si attestano al 2,4%, e lo è tanto nel settore pubblico quanto nel privato. Una carenza che si riflette anche sul fronte delle competenze: il numero di ricercatori per persone occupate dalle imprese è pari solo alla metà della spesa Ue (2,3% a fronte del 4,3%). “In Italia si può lavorare ai ritmi internazionali, ma ci vogliono strutture dedicate, ricercatori motivati- e ce ne sono molti- ma soprattutto mancano I finanziamenti con la conseguente libertà da parte dei ricercatori di costruire dei laboratori competitivi. Non abbiamo nulla da invidiare all’estero, speriamo solo che con il Pnrr si facciano investimenti per tenere qui scienziati di alto livello”.
L’occasione è stata poi quella di fare il punto sullo stato dell’arte dei 17 istituti italiani della Fondazione Maugeri, di cui ben nove riconosciuti dal ministero della Salute come “di ricovero e cura a carattere scientifico”. In fin dei conti, come racconta l’ad Maugeri Mario Melazzini si è trattato di “un momento storico”, perché dopo un anno e mezzo di chiusura, “abbiamo avuto la possibilità di organizzare in presenza un momento che richiama l’importanza della ricerca”.
Tuttavia, come spiega proprio Rappuoli, l’errore più grande che si fa è “considerare la salute un mero capitolo di spesa”, quando invece è “una grande opportunità“, da considerare alla stessa stregua di “un investimento in borsa”, da far fruttare. A tal proposito, l’immunologo racconta un aneddoto: “Tanti anni fa cercavamo di convincere i ministri della Salute a spingere sui vaccini, ma invano. Dopodiché abbiamo deciso di rivolgere la nostra proposta ai ministri dell’economia, con Pil alla mano. Gli dicevamo ‘se vaccini questo è il tuo Pil’: solo allora- chiosa- le cose hanno iniziato a cambiare”.
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