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Maya Katzir: «La cultura va oltre le guerre. Milano e Israele unite da innovazione e creatività»

L’addetta culturale dell’Ambasciata di Israele in Italia racconta il valore della letteratura israeliana, il rapporto culturale con Milano e il ruolo dell’arte nei momenti segnati dalle tensioni internazionali: «Dietro le bandiere cerco sempre di vedere la persona».

In un momento storico nel quale il confronto internazionale è attraversato da tensioni profonde, la cultura può ancora rappresentare uno spazio nel quale le persone riescono a incontrarsi oltre le appartenenze, le contrapposizioni politiche e i confini nazionali.

È uno dei temi centrali dell’intervista a Maya Katzir, addetta culturale dell’Ambasciata di Israele in Italia, incontrata a Milano in occasione di un appuntamento alla Galleria Rubin.

Letteratura, cinema, poesia, creatività e innovazione diventano così le diverse dimensioni di un dialogo tra Italia e Israele che, secondo Katzir, trova proprio a Milano uno dei suoi luoghi naturali.

Letteratura israeliana, perché affascina il pubblico italiano

La narrativa israeliana contemporanea ha conquistato negli anni una posizione importante nel panorama editoriale internazionale, trovando anche in Italia un pubblico particolarmente attento.

Secondo Maya Katzir, una delle ragioni di questo interesse risiede nella capacità della letteratura israeliana di trasformare le vicende individuali in racconti inevitabilmente attraversati dalla storia.

«Ogni storia personale riesce a raccontare più della persona», osserva.

In Israele anche un incontro apparentemente ordinario può contenere implicazioni molto più profonde. Un ragazzo che incontra una ragazza, una relazione, una famiglia o una scelta personale possono confrontarsi con differenze religiose, identitarie, sociali e politiche.

«Ogni incontro in Israele è sempre anche un incontro con la storia politica».

È proprio questa stratificazione a rendere molte opere israeliane capaci di partire dalla quotidianità per affrontare interrogativi universali.

Dietro una vicenda privata emergono così storia, futuro, religione, identità, conflitto e appartenenza.

Una complessità narrativa che può contribuire a spiegare la forte attenzione del lettore italiano verso gli autori israeliani.

Milano laboratorio culturale: «Qui si apprezza l’innovazione»

Un altro elemento centrale dell’intervista riguarda Milano e la sua capacità di accogliere proposte culturali internazionali.

Per Katzir il capoluogo lombardo possiede caratteristiche particolarmente favorevoli al dialogo con la cultura israeliana.

«Credo che Milano, forse più di altre città, apprezzi l’innovazione».

Nel confronto con Roma, definita dall’addetta culturale come un «grande museo», Milano presenta una vocazione maggiormente orientata alla sperimentazione, alla contemporaneità e alla ricerca di nuovi linguaggi.

Una caratteristica che Katzir individua, con modalità differenti, anche in Torino.

Il punto di contatto con Israele diventa quindi evidente.

Innovazione e creatività rappresentano, secondo Katzir, due dei principali elementi capaci di mettere in relazione Milano e Israele.

«È un dialogo quasi naturale tra le due culture», sottolinea.

Non soltanto arte e patrimonio culturale, dunque, ma anche capacità di sperimentare, produrre idee e costruire nuovi linguaggi.

Il ruolo della cultura durante le tensioni internazionali

Rappresentare culturalmente Israele in Italia assume oggi inevitabilmente un significato particolarmente delicato.

Katzir non nasconde la complessità del momento.

«Ora, più di prima, sento il significato di ciò che sto facendo».

In passato, spiega, il lavoro culturale poteva essere soprattutto «divertente, bello, interessante, affascinante». Oggi quella stessa attività ha assunto una responsabilità differente.

Portare in Italia un artista israeliano, presentare un poeta o convincere un pubblico ad avvicinarsi a un’opera significa costruire occasioni di conoscenza in una fase nella quale il confronto pubblico rischia frequentemente di essere dominato dalle divisioni.

«Se riesco a portare un artista israeliano, se riesco a convincere il pubblico italiano a vedere qualcosa, sento il peso. Riesco a fare qualcosa di importante».

Non si tratta, precisa, di attribuire importanza alla propria persona, quanto di riconoscere la responsabilità del ruolo.

«Dietro le bandiere vedo la persona»

C’è però un principio che guida Katzir nel confronto quotidiano con interlocutori e pubblico italiano.

«Penso che alla fine si tratti di persone. Vedo sotto le bandiere, vedo dietro le bandiere, vedo la persona».

È probabilmente uno dei passaggi più significativi dell’intervista.

La cultura viene interpretata come uno spazio nel quale recuperare la dimensione umana del confronto, senza pretendere di cancellare le differenze politiche o le complessità storiche.

L’empatia verso la persona che si trova dall’altra parte diventa, in questa prospettiva, una componente fondamentale del dialogo.

Un approccio che assume ancora maggiore importanza quando il contesto internazionale rende più difficile presentare artisti, scrittori, registi e intellettuali israeliani.

Scegliere gli artisti capaci di parlare al pubblico italiano

Proprio per questo, il lavoro di mediazione culturale richiede una conoscenza approfondita tanto della società israeliana quanto di quella italiana.

«Devo conoscere molto, molto bene tutte e due le culture», spiega Katzir.

Un artista estremamente conosciuto in Israele, infatti, non necessariamente riesce a comunicare nello stesso modo con un pubblico italiano.

La notorietà nel Paese d’origine non è sufficiente.

La selezione deve individuare personalità capaci di trasmettere un messaggio all’interno di una cultura differente, creando un terreno autentico di confronto.

E in Italia, aggiunge Katzir, esiste un altro elemento determinante: la qualità.

«La qualità è una cosa molto importante per gli italiani. Non posso e non voglio portare cose superficiali. Voi lo vedete subito».

Da qui l’attenzione verso proposte artistiche capaci di possedere profondità, contenuto e forza espressiva.

Dalla poesia al cinema, l’arte come spazio di incontro

Il principio riguarda tutti i linguaggi culturali: letteratura, poesia, danza, teatro, cinema e arti visive.

Ed è proprio il cinema a offrire, secondo Katzir, uno degli esempi più concreti della capacità della cultura di superare le contrapposizioni geopolitiche.

Nel corso dell’intervista cita il lavoro del regista israeliano Eran Riklis e la collaborazione con artisti e attrici iraniane.

Un esempio particolarmente significativo perché nasce mentre i rapporti politici tra Israele e Iran sono segnati da una contrapposizione estremamente dura.

Da una parte il conflitto e le tensioni tra Stati. Dall’altra artisti che continuano a lavorare insieme.

«La cultura va al di là delle guerre», afferma Katzir.

E precisa che non si tratta semplicemente di una formula retorica.

Il cinema, come la letteratura e la poesia, può creare uno spazio nel quale le relazioni umane riescono a sopravvivere anche quando la politica divide.

Milano possibile ponte culturale tra Italia e Israele

È proprio in questo scenario che Milano può consolidare il proprio ruolo di piattaforma culturale internazionale.

La sua vocazione verso innovazione, creatività, contaminazione e contemporaneità la rende, nella lettura di Maya Katzir, particolarmente compatibile con alcuni dei caratteri della società israeliana.

Il dialogo culturale non elimina i conflitti e non sostituisce la politica. Può però offrire uno spazio differente nel quale conoscere persone, idee e storie prima ancora delle rispettive appartenenze.

Ed è forse proprio questo il messaggio che emerge con maggiore forza dall’intervista: nei momenti in cui le bandiere sembrano dividere, la cultura può provare a riportare al centro le persone.


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