Da tempo si discute dell’uso degli antibiotici negli animali utilizzati nella filiera alimentare e del suo impatto sull’uomo, attraverso la diffusione di batteri resistenti. Di recente il dibattito ha coinvolto anche cani e gatti, perché la convivenza con gli animali da compagnia può favorire lo scambio di microrganismi resistenti con le persone.
Un problema senza confini
L’antibiotico-resistenza è la capacità di un batterio di sopravvivere o moltiplicarsi in presenza di un antibiotico che dovrebbe fermarlo. L’uso eccessivo o scorretto degli antibiotici, in medicina umana come in veterinaria, favorisce i ceppi resistenti e ne accelera la diffusione.
Per l’Organizzazione mondiale per la salute animale (WOAH) è una delle principali minacce globali per la salute di persone, animali e ambiente. La soluzione non è smettere di usare gli antibiotici, ma impiegarli solo quando servono, evitando trattamenti inutili e l’uso come promotori di crescita.
Batteri e geni di resistenza circolano tra animali, persone e ambiente: per questo si parla di approccio One Health. Animali sani e allevati con alti standard di benessere si ammalano meno e richiedono meno terapie.
Cani e gatti: il fronte meno sorvegliato
Gli studi descrivono la resistenza negli animali da compagnia come una minaccia crescente. Cani e gatti vivono a stretto contatto con noi, ma la sorveglianza sui pet è ancora frammentaria: i dati arrivano soprattutto dai laboratori diagnostici, quindi da casi spesso complessi, mancano informazioni da molte aree del mondo e i metodi non sono standardizzati.
Due batteri sono in primo piano. In Escherichia coli la resistenza alle cefalosporine di terza generazione varia molto: bassa nel Nord Europa, molto alta nel Sud Europa, in Asia e in America Latina. Molti ceppi condividono linee genetiche con l’uomo, segno di una circolazione in entrambe le direzioni. Staphylococcus pseudintermedius meticillino-resistente (MRSP) è spesso multiresistente e si trasmette facilmente in casa e nelle cliniche. Tra i fattori di rischio figurano terapie precedenti, ricoveri e diete a base di carne cruda, spesso contaminata da batteri resistenti.
Regole e uso prudente nella pratica
In Europa gli antibiotici come promotori di crescita sono vietati dal 2006. Il Regolamento (UE) 2019/6, applicato dal 2022, vieta l’uso di routine e limita quello preventivo, e riserva alcuni antimicrobici alla medicina umana. La strategia Farm to Fork punta a dimezzare entro il 2030 le vendite di antimicrobici per gli animali d’allevamento e l’acquacoltura. In Italia la ricetta elettronica veterinaria garantisce la tracciabilità delle prescrizioni, mentre ClassyFarm raccoglie dati sui consumi e classifica gli allevamenti in base al rischio di sviluppo e diffusione dell’antibiotico-resistenza.
Le linee guida per l’uso prudente dell’antibiotico nel cane e nel gatto, pubblicate dal Ministero della Salute l’8 maggio 2026 e coordinate dalla Regione Emilia-Romagna, dedicano ampio spazio a igiene, biosicurezza e sanificazione nelle strutture veterinarie. Sul piano terapeutico la stewardship prevede che la scelta del farmaco poggi su una diagnosi accurata e, quando possibile, su esami microbiologici; vanno preferiti i medicinali autorizzati per cane e gatto, limitando gli antibiotici critici per la medicina umana; la durata della terapia deve essere sufficiente ma non eccessiva. Il veterinario contribuisce anche alla farmacovigilanza e al monitoraggio delle resistenze tramite gli istituti zooprofilattici.
Una responsabilità condivisa
Veterinari, allevatori, proprietari, industria, autorità e consumatori hanno tutti un ruolo. Gli animali da compagnia vanno inclusi nei sistemi di sorveglianza, perché le resistenze osservate nei pet spesso rispecchiano quelle umane nelle stesse regioni. Solo un approccio integrato può proteggere l’efficacia degli antibiotici.
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