Nuovi dati sull’utilizzo della foslevodopa/foscarbidopa nel trattamento della Malattia di Parkinson in fase avanzata arrivano da uno studio che ha coinvolto il Centro Parkinson e Parkinsonismi dell’ASST Gaetano Pini-CTO di Milano e la Fondazione Mondino IRCCS di Pavia.
La ricerca, condotta su 77 pazienti con Parkinson avanzato, ha analizzato nella pratica clinica l’impiego della terapia somministrata attraverso infusione sottocutanea continua, valutandone sia i benefici sul controllo dei sintomi motori sia gli eventi avversi neuropsichiatrici.
Uno degli elementi di maggiore interesse riguarda la possibilità di individuare prima dell’inizio del trattamento i pazienti potenzialmente più vulnerabili ad alcuni effetti indesiderati, attraverso la valutazione delle funzioni esecutive frontali.
Parkinson avanzato, lo studio su 77 pazienti
La popolazione presa in esame aveva un’età media di circa 66 anni e conviveva con la malattia mediamente da circa 14 anni.
Si trattava inoltre di pazienti rappresentativi della complessità riscontrata nella pratica clinica quotidiana: quasi la metà presentava già un certo grado di compromissione cognitiva, il 26% aveva una precedente storia di allucinazioni o psicosi e il 27% disturbi del controllo degli impulsi.
Lo studio assume quindi particolare interesse perché analizza l’impiego della terapia in una popolazione clinicamente complessa e non soltanto in pazienti altamente selezionati.
Migliorano il quadro motorio e le fluttuazioni
Dopo l’avvio della terapia con foslevodopa/foscarbidopa, i ricercatori hanno riscontrato un significativo miglioramento del quadro motorio e delle fluttuazioni associate alla Malattia di Parkinson.
Parallelamente, nel 22% dei pazienti sono comparsi nuovi eventi avversi neuropsichiatrici, principalmente allucinazioni e psicosi, con un tempo mediano di insorgenza pari a 30 giorni.
Nella maggior parte dei casi tali manifestazioni sono state gestite attraverso la personalizzazione della velocità di infusione e, quando ritenuto necessario dai clinici, mediante basse dosi di farmaci antipsicotici.
Secondo i risultati riportati, nell’82% dei casi si è ottenuta la risoluzione o un miglioramento dei sintomi neuropsichiatrici. Tre pazienti hanno invece dovuto interrompere la terapia a causa di eventi neuropsichiatrici severi.
Funzioni cognitive, un possibile indicatore per personalizzare la terapia
Uno dei risultati più rilevanti riguarda la possibilità di identificare preventivamente i pazienti maggiormente esposti al rischio di sviluppare eventi avversi neuropsichiatrici.
Lo studio ha evidenziato che una ridotta funzionalità esecutiva frontale, valutata prima dell’inizio del trattamento attraverso la Frontal Assessment Battery (FAB), costituisce un significativo predittore indipendente della comparsa di questi eventi.
Un dato che rafforza l’importanza della valutazione cognitiva nella definizione del percorso terapeutico del paziente con Parkinson avanzato.
«Questi risultati mostrano che la foslevodopa/foscarbidopa rappresenta un’opzione terapeutica efficace anche nel complesso contesto della pratica clinica quotidiana, dove incontriamo pazienti molto diversi da quelli altamente selezionati degli studi registrativi», spiega Giulia Lazzeri, Responsabile dell’Ambulatorio per le Terapie Infusionali del Centro Parkinson e Parkinsonismi dell’ASST Gaetano Pini-CTO di Milano.
«Una valutazione cognitiva iniziale può aiutarci a personalizzare la terapia e a programmare un monitoraggio più attento per le persone maggiormente a rischio. L’obiettivo è trovare, per ciascun paziente, il migliore equilibrio tra controllo dei sintomi, sicurezza e qualità di vita».
Pini-CTO: terapie sempre più personalizzate per il Parkinson
La ricerca si inserisce in un percorso più ampio dedicato alla personalizzazione delle terapie avanzate.
«Il nostro impegno comprende tutte le terapie avanzate, infusionali e di neuromodulazione», sottolinea Ioannis U. Isaias, Direttore del Centro Parkinson e Parkinsonismi dell’ASST Gaetano Pini-CTO.
La disponibilità di differenti opzioni terapeutiche, evidenzia Isaias, consente di costruire percorsi che tengano conto delle caratteristiche cliniche, delle fragilità e delle esigenze quotidiane di ciascun paziente, valutando nel tempo benefici e rischi dei diversi trattamenti.
La gestione dell’infusione nelle ore notturne
Dallo studio emerge anche l’importanza di una titolazione prudente e personalizzata della terapia.
Secondo Roberta Zangaglia, Direttore f.f. della UOC Parkinson e Disordini del Movimento della Fondazione Mondino IRCCS di Pavia, particolare attenzione deve essere prestata alle ore notturne.
La riduzione della velocità di infusione durante la notte è risultata infatti una delle strategie utilizzate con maggiore efficacia per controllare allucinazioni e agitazione nei pazienti maggiormente predisposti.
L’obiettivo, sottolinea Zangaglia, è arrivare a una terapia sempre più “sartoriale”, costruita sulle esigenze del singolo paziente.
Non solo sintomi motori: attenzione agli aspetti neuropsichiatrici
Lo studio mette inoltre in evidenza la necessità di considerare la Malattia di Parkinson avanzata nella sua complessità, integrando nella scelta terapeutica anche i sintomi non motori e neuropsichiatrici.
«Questo lavoro, che nasce da una forte collaborazione tra centri, mette in luce le potenzialità della terapia infusionale con foslevodopa/foscarbidopa ma chiarisce anche la complessità della cura», osserva Antonio Pisani, Responsabile del Centro Disordini del Movimento della Fondazione Mondino di Pavia.
L’obiettivo, sottolinea, rimane quello di «curare la persona e non il singolo sintomo».
Ricerca e collaborazione tra Milano e Pavia
Nel complesso, il trattamento è risultato generalmente ben tollerato e associato a benefici clinici nei pazienti studiati. I risultati evidenziano però contemporaneamente la necessità di un’attenta selezione iniziale, della valutazione delle funzioni cognitive e di un monitoraggio clinico costante.
La collaborazione tra ASST Gaetano Pini-CTO di Milano e Fondazione Mondino IRCCS di Pavia offre così nuovi elementi per affinare la gestione delle terapie avanzate per il Parkinson e individuare con maggiore precisione i pazienti che potrebbero richiedere una sorveglianza più attenta sul versante neuropsichiatrico.
Un approccio che punta a integrare efficacia terapeutica, sicurezza e qualità della vita, adattando il trattamento alle caratteristiche della singola persona.
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