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Il piano di Piketty per ridisegnare il mondo entro il 2100: utopia o soluzione alle disuguaglianze?

È bastato un documento di 136 pagine per scuotere le fondamenta dell’economia accademica mondiale. Presentato la scorsa settimana a Parigi, alla World Inequality Conference, il Global Justice Report firmato da Thomas Piketty ha avuto, secondo molti osservatori, l’effetto di un sasso lanciato in uno stagno tranquillo. Una proposta tanto ambiziosa quanto controversa: ridisegnare l’intera economia del pianeta entro il 2100, azzerando le disuguaglianze globali attraverso quattro misure radicali.

Piketty non è un visionario da salotto. È professore alla École des hautes études en sciences sociales e alla Paris School of Economics, Centennial Professor alla London School of Economics e codirettore del World Inequality Lab, il centro che gestisce la più vasta banca dati esistente sulla distribuzione di redditi e ricchezze nel mondo. Nel 2013, con Il Capitale nel XXI secolo, aveva spiegato al grande pubblico una verità scomoda: quando i grandi patrimoni rendono più di quanto cresca l’economia, la ricchezza si accumula inesorabilmente in cima alla piramide. Il nuovo lavoro porta quella diagnosi su scala planetaria.

I quattro pilastri del piano globale

Il Global Justice Report si regge su quattro assi portanti.

Il primo, e più ambizioso, punta a far convergere i redditi di tutti i Paesi del mondo verso una soglia comune di circa 5.000 euro al mese a persona, azzerando il divario tra Nord e Sud del pianeta — oggi stimato attorno a un rapporto di sedici a uno. India e Germania, Mali e Svizzera dovrebbero ritrovarsi, a fine secolo, con redditi medi sostanzialmente equivalenti.

Il secondo riguarda il lavoro: le ore annue lavorate andrebbero dimezzate, dalle attuali 2.100 circa a 1.000 — più o meno il monte ore di un lavoratore olandese a tempo parziale. Una riduzione con una doppia valenza: sociale e ambientale. Meno produzione e meno consumi significano, nella logica del rapporto, meno emissioni. Gli autori stessi la definiscono filosofia della sufficienza.

Il terzo pilastro è quello che scalda di più gli animi: una tassa del 20% sui patrimoni dei miliardari, calibrata in modo da far sparire la categoria stessa nel giro di qualche decennio, affiancata da un’imposta globale sui redditi per comprimere ulteriormente le distanze.

Il quarto è il contenitore di tutto: un Fondo per la giustizia globale che movimenterebbe ogni anno una cifra pari al 10% del PIL mondiale — circa 12.000 miliardi di dollari l’anno, una somma superiore all’intero bilancio federale degli Stati Uniti e più grande delle economie di Germania e Giappone messe insieme.

Il risultato promesso è seducente: quasi il 90% degli abitanti del pianeta vedrebbe raddoppiare il proprio reddito entro fine secolo. Lavorando la metà.

La domanda che il rapporto non risponde

Ed è qui che il piano mostra la sua crepa più profonda. Non nelle aliquote, non nelle tabelle — descritte con dovizia maniacale — ma in una questione che i numeri non sfiorano: chi dovrebbe far rispettare tutto questo?

Un fondo che muove il 10% della ricchezza prodotta annualmente dall’intera umanità avrebbe una potenza di fuoco superiore a quella di qualsiasi Stato esistente. Nessun governo nazionale, nemmeno il più potente, dispone di una leva paragonabile. E allora le domande diventano inevitabili: davanti a chi risponderebbe un organismo simile? Chi nomina chi lo gestisce? A quale parlamento rende conto? Con quale legittimità decide come redistribuire? E soprattutto — come lo si ferma se sbaglia?

Su questo punto il Global Justice Report resta sorprendentemente vago. Identifica con grande lucidità il problema di partenza — troppo potere concentrato nelle mani di pochissimi — ma dedica pochissimo spazio a impedire che lo stesso vizio si riproduca nel nuovo organismo chiamato a correggerlo. Un’obiezione che non arriva soltanto da destra: anche commentatori progressisti hanno notato come il rapporto liquidi in poche righe quello che è, in fondo, il vero nodo politico dell’intera operazione.

Il modello più vicino a un’autorità simile sono istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale o le agenzie ONU: organismi sovranazionali che muovono molto denaro e che da decenni vengono accusati di scarsa trasparenza e di essere dominati da una manciata di Paesi forti. Con la differenza che nessuno di essi ha mai avuto in mano una leva pari a un decimo della ricchezza mondiale.

Un progetto cinematografico con scadenza al 2100

A leggerlo tutto d’un fiato, il piano ha qualcosa di cinematografico. Un progetto per riscrivere il mondo intero, una scadenza lontana e irraggiungibile, un fondo che muove migliaia di miliardi, un’autorità senza volto che dovrebbe vegliare su tutti per il loro bene. Cambiando appena l’inquadratura, la stessa storia può diventare l’utopia luminosa di un’umanità finalmente liberata dal bisogno, oppure la distopia fredda di un potere che decide al posto nostro. Dipende, come sempre, da chi tiene in mano il telecomando.

Resta il fatto che a immaginare tutto questo non è un sognatore qualunque, ma uno degli economisti più ascoltati e influenti del nostro tempo. Forse per questo l’esercizio merita di essere preso sul serio, anche da chi lo trova irrealizzabile.

La scadenza, del resto, è fissata per il 2100. Ai posteri l’ardua sentenza.

E voi, da che parte stareste?

a cura di Inga Santa Maria


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