Dalla ragazza che si sentiva “troppo” alla donna che ha imparato a mostrarsi senza chiedere scusa: il percorso di Paola Torrente tra insicurezze, Miss Italia e consapevolezza del proprio valore.
C’è un momento in cui passato e presente possono sedersi uno accanto all’altro. Paola Torrente immagina di incontrare la ragazza che era dieci anni fa, quella che si sentiva diversa e temeva di non essere mai abbastanza. Oggi, a quella ragazza, direbbe: «Non cercare di diventare più piccola per essere più facile da accettare».
La sua è una storia di crescita e consapevolezza, ma anche il racconto di tante giovani donne che hanno imparato a guardare il proprio corpo attraverso i giudizi degli altri. Paola, per molto tempo, si è sentita “troppo”: troppo alta, troppo formosa, troppo lontana dai modelli di bellezza che vedeva intorno a sé.
«Per tanto tempo ho pensato che la soluzione fosse cercare di adattarmi, invece di chiedermi perché dovessi farlo», racconta. Eppure, sotto l’insicurezza, c’era già una determinazione pronta a farsi sentire: la voglia di provarci comunque.
Quando il corpo sembra non trovare posto
Da ragazza, anche un gesto quotidiano come comprare vestiti poteva diventare fonte di disagio. I capi che piacevano a Paola non erano disponibili nella sua taglia, non le stavano come immaginava o non cadevano sul suo corpo come si aspettava. «Quando questa cosa succede continuamente, inizi a pensare che il problema non siano i vestiti, ma il tuo corpo».
A pesare erano anche i commenti, spesso presentati come complimenti: «Sei così bella di viso, dovresti solo dimagrire». In quelle parole Paola sentiva soprattutto quel “dovresti”, come se la sua bellezza fosse incompleta e avesse bisogno di una condizione per essere riconosciuta.
Oggi guarda a quel periodo con una consapevolezza diversa. «Non era troppo. Stava semplicemente cercando di entrare in uno spazio troppo stretto per lei». E ha imparato a non vivere più la propria vita al condizionale: prendersi cura di sé o desiderare un cambiamento, spiega, non determina il valore di una persona.
Il sostegno della mamma e il rapporto con gli sguardi
Accanto a sua mamma, Paola riusciva a sentirsi libera di essere sé stessa. «Lei mi ha sempre fatta sentire meravigliosa». Anche quando gli altri la descrivevano come una bambina “un po’ polpetta”, sua madre riusciva a guardarla con fiducia, immaginandola persino come Miss o modella. «Non ha mai avuto bisogno che io fossi diversa per vedermi bellissima».
Il rapporto con gli specchi, invece, era più complesso quando Paola si trovava in mezzo agli altri. Non era tanto il suo riflesso a farla sentire inadeguata, quanto la sensazione di essere osservata e giudicata. «Avevo sempre la sensazione che notassero quanto fossi diversa».
Miss Italia, il momento in cui ha smesso di chiedere permesso
La svolta è arrivata con Miss Italia, un’esperienza che le ha aperto una possibilità che non credeva fosse accessibile anche a lei. «Mi ero convinta che certi sogni appartenessero ad altre, poi mi sono ritrovata su quel palco esattamente così com’ero».
Quell’esperienza ha cambiato il modo in cui Paola guardava alla propria presenza. Mostrarsi non riguardava più soltanto lei: vedere in televisione e in passerella un corpo come il suo poteva aiutare un’altra ragazza a sentirsi meno sbagliata. Da allora ha scelto di occupare il proprio spazio, anche davanti alle critiche e agli insulti.
Il sostegno di chi si riconosceva nella sua storia ha trasformato le difficoltà in una motivazione più forte. E la sicurezza, racconta, non è arrivata all’improvviso: «Le insicurezze non spariscono magicamente: ho semplicemente imparato a non lasciare più che siano loro a decidere per me».
La rotondità come parte di sé
Oggi Paola descrive la propria sicurezza come la libertà di mostrarsi senza giustificarsi. Sa che può vacillare e, quando succede, si ferma, si prende del tempo e ripensa alle cose belle che ha vissuto e costruito. Un rituale che le permette di ritrovare la prospettiva e calmare la mente.
La rotondità, per lei, non è più qualcosa da nascondere o combattere. «È quotidianità. Non è più qualcosa da nascondere, giustificare o combattere: è semplicemente una parte di me». E aggiunge: «La rotondità, per me, è essere visibile senza avere più paura di esserlo».
Prendersi cura di sé, oggi, significa anche non trascurarsi mentre si cerca di occuparsi di tutto il resto. Un equilibrio fatto di lavoro, allenamento e ascolto, nel quale il corpo non è una condizione da correggere per meritare attenzione o affetto.
«Quel mai può diventare possibile»
A chi la guarda pensando “io non potrei mai”, Paola risponde partendo dalla propria esperienza: anche lei si è sentita diversa e ha creduto che certi traguardi non fossero fatti per lei. «Non perché sia diventata un’altra persona, ma perché ho iniziato a credere nella persona che ero già».
Se la Paola di oggi incontrasse quella di dieci anni fa, le direbbe: «Guarda cosa abbiamo combinato». Per arrivare fin qui ha lasciato andare il bisogno di approvazione e l’idea di dover diventare qualcun’altra. «Ho dovuto lasciare andare chi ero convinta di dover essere, per diventare finalmente chi sono».
Oggi vorrebbe essere per le sue nipoti e per le ragazze che la seguono una voce capace di ricordare loro quanto valgono, soprattutto nei momenti in cui fanno fatica a riconoscerlo da sole. La sua storia non indica una strada uguale per tutte: ricorda, piuttosto, che ciascuna ha il diritto di farsi vedere e di abitare il proprio spazio.
Paola Torrente non è diventata un’altra persona per essere amata. Ha imparato a credere nella persona che era già.
Articolo di Sonia Manfra






















































