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Burgio e Mazzali: «La rabbia dei giovani ha radici sociali»

Il cappellano del Beccaria richiama disuguaglianze e integrazione. L’avvocato penalista invita a intercettare il disagio e a dialogare con i ragazzi, senza confondere le cause sociali con una giustificazione della violenza.

Gli scontri avvenuti nel centro di Milano durante il fine settimana hanno riaperto il confronto sulle ragioni del disagio giovanile. Le violenze e i danneggiamenti sono avvenuti nel contesto delle manifestazioni contro il carovita e le difficoltà legate ai servizi. Tra le voci che propongono una lettura sociale degli episodi ci sono don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria, e Mirko Mazzali, avvocato penalista.

Don Burgio: «Una generazione molto sofferente»

Intervistato dall’ANSA, Burgio ha collegato gli episodi alle disuguaglianze e alle difficoltà di integrazione che attraversano una parte dei giovani. Il fondatore dell’associazione Kayròs, che accoglie adolescenti in situazioni di disagio, ha definito i ragazzi coinvolti espressione di «una generazione molto sofferente». Ha inoltre descritto le azioni viste a Milano come impulsive e predatorie, sottolineando la fragilità della coscienza morale.

Il sacerdote ha richiamato anche il tema del senso di appartenenza. A suo avviso, sentirsi parte della comunità è un passaggio importante nel percorso di integrazione dei ragazzi cresciuti in Italia. Una riflessione che riguarda il contesto sociale in cui maturano i comportamenti, senza cancellare la responsabilità individuale per gli atti compiuti.

Mazzali: «Intercettare la rabbia»

Una lettura in parte convergente arriva da Mirko Mazzali, che ha parlato degli scontri in un’intervista a la Repubblica. L’avvocato ha definito reati le condotte violente e ha osservato che possono rappresentare uno sfogo di una «rabbia dovuta a vari fattori, di natura economica o sociale». Ha quindi invitato a cercare un dialogo con i ragazzi e a comprendere le situazioni di emarginazione che possono alimentare il malessere.

Per Mazzali, la risposta non può fermarsi alla condanna o all’inasprimento delle pene: occorre anche capire che cosa alimenta la rabbia e intervenire prima che si trasformi in violenza. Una posizione che non assolve chi ha danneggiato negozi o aggredito le forze dell’ordine, ma richiama l’attenzione sulle cause sociali del fenomeno.

Le parole di Burgio e Mazzali riportano così il dibattito su disuguaglianze, integrazione ed emarginazione. Riconoscere questi fattori non significa giustificare i tafferugli: significa affiancare alla tutela della sicurezza un lavoro di ascolto e prevenzione rivolto ai giovani e ai contesti in cui crescono.