Regione padana a rischio ozono

La qualità dell’aria fa registrare significativi miglioramenti, frutto di ormai decennali politiche europee (sicuramente meno da parte delle singole nazioni) per la riduzione di emissioni da diverse fonti, legate in particolare ai combustibili: le polveri sottili (PM) e gli ossidi di azoto (NOx) stanno lentamente allentando il loro mortale abbraccio.

Una buona notizia, ma la ricerca scientifica prosegue il suo corso, e si aprono nuovi scenari, altrettanto complessi. C’è infatti un inquinante che non sta diminuendo, né in Italia né nel resto d’Europa: è l’ozono (O3), il principale e più tossico tra i componenti del micidiale smog fotochimico, una forma di inquinamento attivato dalle radiazioni solari, in particolare durante la stagione calda, ormai alle porte.

Il rapporto presentato oggi a Bruxelles dalla Methane Matters Coalition, un consorzio di organizzazioni ed enti che lavorano per la riduzione delle emissioni di metano, e sviluppato dalla global consultancy Ricardo, Economic Impacts of O3 Exposure, presenta i dati più aggiornati sugli effetti dell’ozono su salute ed economia, e chiarisce in particolare la stretta relazione tra emissioni di metano (CH4) – che in Europa deriva per il 57% da fonti agricole (in particolare dagli allevamenti intensivi) – e la formazione di ozono. In altre parole, dove c’è metano, c’è ozono, e non viceversa. Lo studio approfondisce la situazione di sei paesi europei: Danimarca, Francia, Germania, Ungheria, Italia e Spagna.

Al rapporto è associata una mappa visiva delle concentrazioni di O3 in Europa che sottolinea le differenze regionali, evidenziando anche il carattere transfrontaliero dell’inquinamento da ozono, dovuto alla sua persistenza e al trasporto da parte delle correnti atmosferiche, unito alle interazioni con il cambiamento climatico e le emissioni da fonti agricole. Le aree maggiormente esposte sono quelle del bacino mediterraneo, ma ancora una volta è il bacino del Po l’area che si fa notare per i valori di concentrazione più alti di questo inquinante.

L’ozono ha elevati impatti sulla salute in termini di acutizzazione di malattie respiratorie e di mortalità associata. L’ozono è infatti un potente ossidante, con azione tossica in particolare verso le mucose, e l’impatto sulla salute viene stimato in 75.000 morti premature all’anno in tutta Europa. Il danno sanitario è il più importante, ma non l’unico, tra gli impatti determinati dall’ozono: questo gas infatti mostra una spiccata tossicità per le vegetazioni, sia spontanee che coltivate, nei cui tessuti causa una perdita di funzionalità della fotosintesi. In pratica, oltre a minacciare la salute, l’ozono riduce anche la produzione alimentare e la biodiversità. I danni causati alle foreste e ai raccolti agricoli determinano perdite economiche che, sommate agli impatti sanitari e climatici, comportano un costo annuo pari a € 80 Mld nella UE. La mancata riduzione delle emissioni di metano, precursore dell’ozono, si traduce in mancati introiti per € 4,22 Mld/anno dovuti alle sole perdite nei raccolti di grano, e in una riduzione del 5,8% nella crescita annua della biomassa forestale europea.

Il rapporto presentato oggi conferma le osservazioni e le misure che da anni individuano nella Pianura Padana la regione ‘maglia nera’ in Europa per inquinamento da ozono, che il rapporto conferma anche come hotspot emissivo per il metano, precursore dell’ozono. In Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto si concentra infatti quasi la metà delle emissioni nazionali di metano. Un primato riconducibile in gran parte all’elevata densità di capi bovini presenti negli allevamenti intensivi; ma anche dalla coltivazione del riso, le cui emissioni sono concentrate nei mesi estivi, quando nelle risaie, con acqua calda e povera di ossigeno, l’attività metanigena è massima.

Ricondurre il numero dei capi allevati a un valore ragionevole e sostenibile per il territorio è dunque un elemento fondamentale anche per contrastare gli inquinamenti, di cui gli stessi agricoltori fanno le spese. Lo si può fare puntando su una strategia che privilegi l’aumento della qualità delle produzioni DOP di origine animale, invece che sulla sempre più estrema spinta produttivistica, e su una migliore e più efficace gestione dei liquami zootecnici, oltre che investendo nella innovazione delle pratiche agricole. Nel settore risicolo, ad esempio, le tecniche di sommersione alternata ad asciutte periodiche permettono di ridurre fortemente le emissioni di metano.

“Ad oggi, un grosso ostacolo alla riduzione delle emissioni di metano, principale precursore dell’ozono, è nei numeri degli allevamenti intensivi, esito di decenni di estrema specializzazione zootecnica nella regione padana,.” spiega Damiano Di Simine, responsabile scientifico del progetto MetaNO! – Coltiviamo un Altro Clima, che Legambiente Lombardia sviluppa in Italia nell’ambito della coalizione Methane Matters. “Il risultato è un numero di capi sproporzionato, all’interno di aziende sempre più grandi, fortemente dipendenti dall’importazione di foraggi esteri e sempre meno in grado di gestire le decine di milioni di tonnellate di liquami prodotti. Lo sviluppo di un’impiantistica avanzata per la raccolta, stoccaggio e trasformazione dei liquami è un valido supporto per migliorare la sostenibilità delle aziende di allevamento, ma per ottenere risultati significativi occorre anche ridurre il numero di capi, specialmente in Lombardia, regione che da sola rappresenta oltre un terzo del patrimonio zootecnico nazionale.”.


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