In Lombardia il biometano da scarti e sottoprodotti agricoli, se sviluppato nel modo giusto, può rappresentare una risorsa strategica per la transizione ecologica e per contribuire alla transizione energetica.
Se in Lombardia la totalità degli scarti organici e dei sottoprodotti alimentari venisse avviata ad impianti di produzione di biometano, ne risulterebbe una produzione di quasi un miliardo di metri cubi: per farsi un’idea delle dimensioni in gioco, questo equivale ai consumi di gas naturale di quasi 2 milioni di cittadini lombardi.
Sono questi alcuni dati ricavabili dallo studio di Legambiente “Biometano: una risorsa strategica per la transizione ecologica dell’Italia” realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Padova e presentato oggi a Roma nel corso del primo Forum Biometano. La Lombardia spicca sia come prima regione in Italia per numero di impianti di digestione anaerobica realizzati, sia per il grande potenziale di sviluppo. Nella ricerca l’associazione ambientalista analizza e stima le potenzialità del biometano da scarti agricoli, ma fa anche il punto sull’importante spinta arrivata dal PNRR e su cosa occorre mettere in campo per sviluppare un settore che fino ad oggi non è stato esente da critiche. Il biometano deve essere prodotto, e prodotto bene: questo è, in sintesi, il messaggio dell’associazione.
La Lombardia dispone oggi di un gran numero di impianti, circa cinquecento, in gran parte agricoli, che producono biogas (una miscela formata per circa la metà da metano) utilizzato per produrre energia elettrica e calore direttamente sul posto. Il biometano rappresenta l’evoluzione di questi impianti, in quanto prevede la raffinazione del metano, consentendone l’immissione in rete gas, e dunque un suo utilizzo più efficiente e mirato, da destinare in via prioritaria ai settori industriali e di trasporto che più difficilmente possono utilizzare il vettore elettrico per i propri fabbisogni di energia.
Inoltre, gli impianti a biometano possono fornire altri prodotti (CO2 alimentare, sali azotati da impiegare come fertilizzanti), oltre al digestato, il prodotto finale della trasformazione della fermentazione, che conserva il potere fertilizzante delle matrici di ingresso ma che è biologicamente stabile ed utilizzabile in agricoltura per sostituire i fertilizzanti minerali, migliorando le caratteristiche del suolo.
La conversione degli attuali biogas in impianti per la produzione di biometano rappresenta una sfida importante per la Lombardia. Si tratta non solo di sviluppare l’impiantistica, ma anche di adeguare la scala, favorendo l’aggregazione di più aziende agricole ed evitando la proliferazioni di impianti troppo piccoli per essere sostenibili, sia in termini di economicità sia di prestazioni ambientali. A limitare le dimensioni degli impianti resta comunque il territorio: le alimentazioni devono provenire da aziende di prossimità, perché i costi e gli impatti ambientali del trasporto di scarti agricoli da grande distanza finirebbero per rendere insostenibile e antieconomica la gestione dell’impianto. È dunque centrale il ruolo della pianificazione.
In Lombardia la materia prima più importante per l’alimentazione degli impianti biometano è rappresentata dai reflui zootecnici, derivanti in primo luogo dall’allevamento bovino, e poi da quello suino e avicolo: tutti settori in cui la Lombardia ha un primato con rilevanti conseguenze ambientali. Proprio l’esigenza ormai indifferibile di ridurre il carico zootecnico in Lombardia suggerisce di stimare una producibilità di metano più basso del massimo stimato dagli esperti dell’Università di Padova sulla base dei numeri attuali dell’allevamento lombardo. Ma non è solo l’insostenibilità dell’allevamento intensivo a richiedere una spinta verso un ‘upgrade qualitativo’ della produzione di biometano.
Per la Lombardia, occorre lasciarsi alle spalle l’utilizzo di materie prime agricole (tipicamente il trinciato di mais) ottenute da decine di migliaia di ettari di campi coltivati con l’unico scopo di alimentare i digestori anaerobici.
“Alla Lombardia è rimasta relativamente poca terra coltivabile, in rapporto alla popolazione umana e animale: i campi agricoli devono servire per produrre cibo e foraggi, per questo al biometano devono arrivare solo matrici di scarto e sottoprodotti non diversamente valorizzabili. Scriviamo la parola fine all’uso delle terre agricole per sfamare i digestori.” dichiara Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia.
Un altro tema di enorme rilevanza ma ampiamente sottovalutato è quello delle emissioni fuggitive degli impianti: il gas perso non è solo un danno economico ma anche un potentissimo gas serra. Occorre una cura meticolosa ad evitare ogni minima perdita di metano dagli impianti, considerando che il metano ha un potere riscaldante dell’atmosfera ottantacinque volte più elevato di quello della CO2.
“La produzione di biometano è sicuramente un modo per intercettare le emissioni di metano provenienti dagli allevamenti, ma ad una condizione: che la gestione garantisca che non vi siano perdite in atmosfera, ne’ dall’impianto né dalle matrici in ingresso o dal digestato in uscita. Se questa condizione non viene rispettata, il rischio è che l’impianto causi più emissioni di gas serra di quante ne riesce ad evitare” precisa Damiano Di Simine, responsabile scientifico dell’associazione.
Ostacoli-resistenze e la risposta di “Fattore Biometano”: Oggi a frenare lo sviluppo del biometano sono la mancanza di informazione, la scarsa trasparenza, le esperienze negative del passato, la carenza di controlli e l’assenza di reali processi partecipativi che alimentano diffidenza e conflitti, rallentando la transizione energetica di cui il Paese ha bisogno. Per questo lo scorso giugno Legambiente ha lanciato anche in Lombardia la campagna Fattore Biometano – Moltiplichiamo i benefici per il clima e l’agricoltura” con partner principale Femo Gas, in collaborazione con A2A e sostenitori AB Group e Arpinge e con la collaborazione dell’Università degli Studi di Padova. Obiettivo è fare corretta informazione nei territori sulla digestione anaerobica della materia organica per la produzione di biometano anche per contrastare fake news e falsi miti.
“Gli impianti fatti bene,” conclude Barbara Meggetto – non solo producono energia, ma diventano uno strumento concreto per affrontare problemi ambientali urgenti come lo smaltimento di scarti agricoli e delle deiezioni animali, evitando le problematiche di inquinamento di aria acqua e suolo. Per questo con la nostra campagna Fattore Biometano abbiamo cercato di fare corretta informazione nei territori e di promuovere la produzione sostenibile di biometano, ma anche il dibattito e l’esame trasparente dei progetti, perché noi siamo i primi a non voler impianti di biometano al di sotto delle aspettative”.
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