Per un pugno d’olive.

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Non esiste una classifica precisa a riguardo, ma chiunque abbia viaggiato si sarà accorto che le parole italiane più diffuse al mondo (dopo “ciao”) sono spaghetti, pizza, mozzarella e cappuccino.                                                                                                                   

Il cibo e l’alimentazione in Italia vengono presi tremendamente sul serio: bar e ristoranti rappresentano il 4% del Pil nazionale e il 5% dei posti di lavoro complessivi. Come si può facilmente immaginare, l’epidemia di Coronavirus è stata una vera e propria Caporetto per il settore. Nella sola Milano, a causa delle restrizioni imposte dalle autorità per combattere la pandemia, i ristoranti e i bar stanno perdendo circa 860 milioni di euro al mese.             

Si stima che il settore alimentare italiano, nel suo complesso, abbia perso nel 2020 circa 24 miliardi di euro.                                                                                                         

Gli italiani, costretti in casa da mesi, hanno iniziato a fare la cosa che gli riesce meglio: cucinare. Ma mentre la vendita nei supermercati di lievito ha raggiunto livelli record, e i nostri social media sono stati invasi da foto di pane e pizza fatti in casa, quasi tutto il resto dell’industria alimentare è stata messa in ginocchio dalla pandemia di Coronavirus. Non fa eccezione l’olio d’oliva, l’oro del mediterraneo.                                   

Già minacciata dall’epidemia di Xylella, che ha colpito il Salento negli scorsi anni, e dalle restrizioni commerciali che imporrà la Brexit, con tutte le incertezze che ne conseguono, la produzione mondiale di olio è scesa ai livelli di quattro anni fa, e l’Italia in particolare ha registrato un calo del 30%.Insomma, un vero disastro. Ma oltre alle cause naturali, un’altra minaccia si profila all’orizzonte per l’olio d’oliva: l’Unione Europea ha deciso, nell’ambito della sua strategia per un’alimentazione più sostenibile chiamata Farm to Fork, di uniformare l’etichettatura dei cibi in tutto il continente entro il 2022. Questo ha creato una spaccatura fra i paesi membri: la Francia, sostenuta con forza dalla Germania (presidente di turno del consiglio europeo fino allo scorso mese), ha proposto un sistema di catalogazione degli alimenti chiamato Nutri-Score, che converte il valore nutrizionale dei cibi in una scala formata da 5 lettere, dalla A (i cibi più virtuosi) alla E.                             

Il sistema Nutri-Score è molto penalizzante per il settore agro-alimentare ‘Made in Italy’: l’olio d’oliva, seguendo questo metodo di suddivisione degli alimenti, verrebbe classificato con la lettera C, nello stesso insieme di ketchup e bevande industriali. Il governo italiano si è opposto con forza alla proposta francese e tedesca, giudicata penalizzante per i prodotti alimentari tipici italiani e fuorviante per i consumatori. L’Italia ha proposto un’alternativa nel 2020 che si chiama Nutrinform. Nutrinform si basa sul concetto di porzione, e non su un valore arbitrario di 100 grammi o 100 millilitri. Le calorie, i grassi e le proteine non sono semplicemente contati per dividere i cibi fra buoni e cattivi, ma vengono inserite in un contesto. Il dibattito è ancora in corso fra i paesi membri dell’Unione Europea, e lo sarà per tutto il 2021, ma ci sono buone notizie per l’Italia: il relatore al Parlamento Europeo per la strategia Farm to Fork è l’avvocato italiano (e coordinatore del Partito Popolare europeo in commissione agricoltura) Herbert Dorfmann, che non ha risparmiato critiche al sistema di etichettatura Nutri-Score.

La strategia Farm to Fork, presentata nel maggio 2020 dalla Commissione Europea, è un piano decennale che ha l’obiettivo di rendere i sistemi alimentari europei più sostenibili, garantire che gli europei possano contare su alimenti sani, far fronte ai cambiamenti climatici, proteggere l’ambiente e potenziare l’agricoltura biologica. Herbert Dorfmann sostiene l’idea che il sistema di etichettature degli alimenti debba educare il consumatore, e non indirizzarlo verso un atteggiamento passivo d’acquisto, dando così ragione alle critiche italiane al sistema Nutri-Score.L’Unione Europea è nata come unione commerciale, prima ancora che di popoli, e l’obiettivo delle istituzioni europee dovrebbe essere quello di trovare un’armonia fra i paesi membri e disincentivare le divisioni.                                         

Prima della crisi economica e sanitaria dell’ultimo anno, l’export alimentare italiano ha chiuso il 2019 a 35,2 miliardi di euro di fatturato, quasi il 25% dell’export totale nazionale. Nel 2019 in Italia la produzione agricola, l’industria di trasformazione, distribuzione e quella della ristorazione hanno rappresentato il primo settore economico e sociale del paese con 538 miliardi di euro di fatturato e 3,6 milioni di occupati, per una valore aggiunto totale di 119 miliardi, pari all’intero Pil sommato di Norvegia e Danimarca. Oltre all’aspetto economico, va considerato anche quello sanitario. I dati parlano chiaro: nel 2017 1 europeo su 6 era obeso, ma l’Italia era il secondo paese con il numero più basso di persone sovrappeso. La dieta mediterranea ha appena vinto per il quarto anno di fila il titolo di miglior regime alimentare al mondo, assegnato dal US News & World Report, e Italia e Spagna (fra i maggiori produttori europei d’olio) sono le nazioni europee con l’aspettativa di vita più alta. In questo contesto, dovrebbe essere un interesse comune a tutti i paesi membri dell’Unione Europea proteggere le filiere alimentari mediterranee, già messe a dura prova dalle sciagurate vicende del 2020. Ascoltando le proposte italiane, l’Unione Europea farebbe un doppio favore ai propri cittadini, tutelandoli sia dal punto di vista della salute che dal punto di vista economico.

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