“Sono triste e preoccupato”, così descrive il suo stato d’animo il poliziotto di Milano indagato per omicidio volontario. Parole riferite al legale, mentre sono in corso gli approfondimenti della dinamica di quanto accaduto ieri durante la sparatoria in cui ha perso la vita Adberrahim Mansouri, in un controllo antidroga in zona Rogoredo. Il 28enne, di nazionalità marocchina, è stato colpito alla testa e ucciso da un proiettile in zona Rogoredo.
L’agente – di circa quarant’anni, con un’esperienza di una ventina in polizia e da tempo in forze al commissariato Mecenate – era impegnato in un servizio antidroga di routine nella zona, da anni nota per problemi di degrado e spaccio. Un dispositivo ‘leggero’, composto da quattro agenti in borghese della squadra investigativa e due colleghi della volante in divisa a supporto.
La pattuglia ha imboccato la lunga strada sterrata che costeggia da una parte la tangenziale e dall’altra i binari del treno, puntando al gazebo in fondo. A gestirlo c’è un 28enne del Bangladesh, irregolare in Italia e con precedenti. Gli agenti lo hanno bloccato e hanno proceduto all’arresto per spaccio (l’uomo è anche indagato per resistenza). È allora che, da una distanza di circa 50 metri, avrebbero visto spuntare una sagoma. L’agente indagato e uno dei colleghi si sono staccati dagli altri e gli sono andati incontro.
Entrambi – hanno riferito ieri sera, uno interrogato e l’altro sentito dal pm Giovanni Tarzia – si sono qualificati e gli hanno intimato di fermarsi. Mansouri, all'”Alt, polizia” anziché scappare ha estratto una pistola, risultata poi una riproduzione di una Beretta calibro 92. In una frazione di secondo il poliziotto ha reagito, estratto l’arma di ordinanza e sparato un unico colpo da una distanza di circa trenta metri. Il proiettile ha colpito il 28enne alla testa, uccidendolo. Nella zona non ci sono telecamere che possano confermare la versione fornita dal poliziotto indagato e dal collega che era con lui. Distanti gli altri poliziotti del commissariato impegnati nel servizio, non sono ancora stati sentiti dal pm.
Nell’interrogatorio di ieri sera, lunedì 26 gennaio, in Questura l’agente ha ricostruito quanto accaduto in via Giuseppe Impastato, in zona Rogoredo, dove intorno alle 17.20 interviene, con abiti borghesi, in un servizio straordinario programmato per il contrasto allo spaccio di droga. Due colleghi hanno già arrestato un uomo, con altri quattro, invece, si addentra verso l’area più boschiva e isolata. Con un altro poliziotto in borghese vede due sagome nell’ombra, poi una si allontana e dieci minuti dopo nota di nuovo la figura del 28enne marocchino.
“L’ho riconosciuto perché era una persona nota al commissariato. Lo chiamavano con lo pseudonimo di Zack. So che di recente era stato fermato da una volante del Commissario, non ci ho mai avuto a che fare”, sono le parole con cui il poliziotto indagato per omicidio volontario risponde al pubblico ministero di Milano Giovanni Tarzia che gli chiede se vedeva in faccia l’uomo di 28 anni a cui ha sparato.
“Quando siamo arrivati a circa 20 metri la persona si è fermata. Ci siamo qualificati dicendo ‘fermo polizia’ e lui ha tirato fuori dalla tasca destra un’arma puntandomela contro, nel frattempo avevo aperto il giubbotto e avevo fatto un passo per iniziare a rincorrerlo, ho estratto la pistola dalla fascia addominale e ho esploso un colpo” mette a verbale assistito dall’avvocato Pietro Porciani. Sul terreno è rimasto un solo bossolo sparato dalla pistola di ordinanza, ora sequestrata. Poco distante è stata anche sequestrata dalla Scientifica la pistola a salve chela vittima avrebbe impugnato: è simile a una replica delle armi in dotazione alle forze dell’ordine.
Quando il giovane estrae la pistola e mira contro l’agente in servizio al commissariato di Mecenate, l’agente estrae l’arma per difendersi e spara un solo colpo che risulterà mortale. Nel giubbotto della vittima gli agenti hanno trovato “della sostanza stupefacente, cocaina, eroina e hashish”. “Ho avuto molta paura: in tanti anni di servizio, in Polizia qualcosa ho visto ed ho fatto, ma finché non capita uno non ci pensa…ma questa è un’altra cosa”, afferma.
“Subito dopo l’esplosione del colpo la persona era a terra a faccia in su e l’arma (replica di un’arma in uso alle forze dell’ordine, ndr) era vicina alla persona a terra. lo, per come ci hanno insegnato a fare, ho tolto l’arma dalla disponibilità del soggetto. Mi sembra di averlo fatto con la mano e la pistola era sempre vicina ma tolta dalla possibilità di essere presa”, poiché l’uomo era gravissimo ma ancora vivo “con la pistola a quindici centimetri”.
L’arma “aveva la sicura non inserita e l’abbiamo spostata” aggiunge nell’interrogatorio davanti al pubblico ministero Giovanni Tarzia. “Dal momento in cui l’arma è stata spostata di più per permettere ai soccorsi di operare, sono state fatte delle foto prima, quando era stata spostata quel tanto per la sicurezza”, conclude l’agente difeso dall’avvocato Pietro Porciani. Sul corpo del 28enne è stata disposta l’autopsia che sarà eseguita dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo all’istituto di Medicina legale di Milano. Saranno svolti anche tutti gli accertamenti balistici per capire la dinamica e la traiettoria del proiettile sparato a circa venti metri dalla sagoma del giovane morto.
“Comunque ha tolto una vita. È ancora rintronato”, afferma all’Adnkronos Pietro Porcini, legale del poliziotto della squadra investigativa del commissariato Mecenate che ieri ha ucciso il ragazzo. L’agente che ha sparato “ha almeno vent’anni di servizio”, ma ieri sera quando “si è visto puntare l’arma contro, si è spaventato”, dice il difensore. A quanto ha riferito l’indagato, mentre la pattuglia era impegnata in un servizio anti-droga nella zona nota per lo spaccio, il 28enne si è avvicinato puntando una pistola, poi risultata una riproduzione a salve. Una versione che dovrà trovare conferme nel racconto degli altri tre colleghi in borghese impegnati nel servizio anti-spaccio, sia sentiti ieri sera dal pm, e in eventuali immagini delle telecamere di sorveglianza. “Speriamo ci siano”, dice il legale. Il suo assistito, in servizio in abiti civili, non era dotato di bodycam.
La linea difensiva è impostata sulla legittima difesa: “Se non è in questo caso, è difficile trovarlo: uno si trova una pistola puntata contro, non so cosa posso fare”. Sul fatto che l’arma fosse a salve, l’avvocato risponde: “Uno non può sapere che fosse a salve”.
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