ll Venezuela è tornato improvvisamente al centro dell’attenzione internazionale. Le recenti evoluzioni politiche ed energetiche nel Paese sudamericano stanno ridisegnando gli equilibri globali del petrolio, aprendo interrogativi e possibilità per l’Europa e per l’Italia.
In un contesto ancora fluido, tra promesse di rilancio industriale, ritorno degli investitori americani e infrastrutture da ricostruire, Gazzetta di Milano il giornale online notizie eventi sport annunci economici ha raggiunto telefonicamente Michele Marsiglia, Presidente di FederPetroli Italia, per capire come leggere questo nuovo scenario e quali prospettive si aprono per le imprese italiane del settore.
D-Presidente Marsiglia, il Venezuela torna al centro dell’attenzione internazionale, in che modo questa situazione può influenzare l’Italia e il nostro sistema energetico?
R-Sicuramente è un punto a favore il fatto che Eni (multinazionale energetica italiana), nell’ultima riunione tenutasi alla Casa Bianca — l’ultima convocazione da parte dell’amministrazione Trump — abbia dato il proprio nulla osta ai nuovi investimenti, oltre a quelli già in corso, e alla collaborazione con le altre compagnie petrolifere. Si tratta di una notizia di qualche giorno fa, che rafforza ulteriormente il ruolo dell’Italia come player energetico, seppur indirettamente, grazie alle attività sviluppate in altri continenti. Un ruolo che genera ricadute positive sia sul fronte dell’energia nazionale sia, soprattutto, su quello dei consumatori, che rimane l’aspetto più importante.
D-Gli Stati Uniti stanno parlando di nuovi investimenti nel petrolio venezuelano. Per l’Europa e per l’Italia può davvero cambiare qualcosa oppure resterà un gioco tra grandi potenze?
R-Più che altro, qui si apre un gioco tra potenze energetiche al di fuori del contesto europeo. L’interesse verso un altro continente è sempre particolare e richiede attenzione. Bisogna osservare come si muoveranno le aziende che da anni operano in Venezuela: non solo le grandi oil company come Eni, ma anche le realtà più piccole, i contrattisti, che sono poi quelli che materialmente sviluppano i siti quando si apre un nuovo progetto o quando si decide di investire. Va inoltre considerato che l’Italia ha avviato il Piano Mattei per l’Africa, un programma attraverso il quale molte aziende energetiche e infrastrutturali stanno già investendo in modo significativo nel continente. In questo quadro, il dossier Venezuela rimane un tema da monitorare attentamente nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.
D- Le aziende italiane dell’oil & gas hanno competenze importanti. In un paese ancora fragile come il Venezuela, quali opportunità reali possono esserci e quali rischi vanno considerati?
R-Teniamo in considerazione che l’Italia dispone della più grande ingegneria petrolifera al mondo con Saipem (società italiana di ingegneria e servizi per l’energia e le infrastrutture) e di una filiera di trasporto energetico solida grazie a Snam (società europea nel settore delle infrastrutture del gas naturale) ed Eni. Questo ci rende un attore molto competitivo nel settore oil & gas, con una presenza consolidata anche all’estero. Il Venezuela, però, presenta un quadro infrastrutturale complesso: molti impianti sono datati e, per ragioni politiche ed economiche, non sono stati adeguatamente rimodernati. Diverse società internazionali operano già nel Paese, mentre altre hanno preferito investire in aree geografiche più vicine o più stabili. In ogni caso, il contesto è ampio e in evoluzione, e sarà fondamentale capire quanto spazio verrà realmente concesso alle compagnie straniere. Al momento l’amministrazione Trump sta convocando tutti gli operatori, ma tra dichiarazioni e decisioni concrete siamo ancora in una fase di osservazione.
D-Si parla di rilanciare la produzione venezuelana, ma le infrastrutture sono in condizioni difficili. Quanto è realistico pensare a un recupero rapido?
R-Occorre fare chiarezza. È vero che gli impianti sono vecchi, ma la stratigrafia venezuelana consente comunque una buona risposta dei giacimenti, quindi il tempo di riattivazione non sarebbe necessariamente lungo. L’investimento può risultare oneroso per realtà già in deficit, come PDVSA, la compagnia petrolifera statale del Venezuela; per altri operatori che già sfruttano aree come la Patos Shore ,un’area produttiva petrolifera del Venezuela, situata nella regione del Lago di Maracaibo, o che dispongono di capacità di raffinazione, l’impegno economico può essere più contenuto. Tutto dipende dal tipo di investimento che s’intende fare: se si punta su nuovi pozzi con tecniche avanzate di perforazione, come il fracking, i costi aumentano sensibilmente — ma questo vale in Venezuela come in Oklahoma. La valutazione, quindi, deve partire dal tipo di giacimento e dall’attività su cui si vuole realmente investire.
D-E sul tempo, chi promette risultati immediati non conosce la situazione reale sul campo, lei che cosa pensa?
R-Quando si parla di investimenti nell’oil & gas, nessuno può dare certezze sui tempi di ritorno se non in una fase geologica avanzata. Le stime preliminari restano sulla carta: è solo durante le operazioni di drilling, quindi di trivellazione, che si può valutare realmente quale sarà la resa di un pozzo. Bisogna inoltre considerare che i territori del Sud America mi riferisco ai giacimenti onshore, non a quelli offshore dove sono presenti gas e petrolio, seguono dinamiche geologiche e operative diverse rispetto a quelle europee, africane o mediorientali. Questo incide inevitabilmente sui tempi. Detto ciò, non parliamo comunque di tempistiche particolarmente lunghe. Se in Europa per completare un pozzo servono circa sei mesi, in Venezuela possono essere necessari tre o sei mesi, a seconda delle condizioni. La confusione che si sta creando sui tempi è comprensibile, ma va chiarito che tutto dipende dal tipo di giacimento, dalla profondità scelta e dalle tecniche di perforazione adottate.
D-Per attrarre investimenti servono garanzie solide. Quali condizioni minime dovrebbe offrire oggi il Venezuela per essere considerato un partner affidabile?
R-Io ritengo che l’unica vera garanzia sia la possibilità di operare. Significa poter sviluppare un’attività industriale senza interferenze: prima di tutto quelle militari, poi quelle politiche, e infine quelle economiche, che incidono in misura minore perché chi interviene porta capitali che non provengono dal Venezuela. La libertà di azione nelle operazioni industriali è la condizione essenziale che tutte le oil company — noi compresi — richiedono. Questa garanzia ce l’hanno data la Libia, l’Egitto e altri Paesi in cui abbiamo lavorato. Quando invece si verificano blocchi o interferenze, i progetti si allungano, i costi aumentano e i tempi si dilatano: a quel punto il business non conviene più a nessuno.
D-A proposito degli Stati Uniti, secondo lei Trump e Washington possono davvero assicurare continuità e stabilità negli investimenti in Venezuela, dopo anni di sanzioni e cambi di strategia?
R-La vera preoccupazione, in questa fase, è che diverse oil company vicine all’amministrazione Trump hanno manifestato incertezza: da un lato dichiarano fiducia, dall’altro esprimono dubbi. Questa ambivalenza sta creando instabilità negli equilibri del settore petrolifero internazionale. Siamo di fronte a un gioco di forza complesso, in un contesto in cui la dinamica democratica appare meno lineare e in cui la linea politica dell’amministrazione statunitense non sempre incontra consenso a livello globale. In questo momento non è chiaro quali garanzie l’amministrazione Trump richieda realmente né quali sia effettivamente disposta a offrire. È evidente che chiede impegni agli altri attori, ma senza un equilibrio reciproco difficilmente si potrà arrivare a veri accordi. Il rischio è che ci si limiti a dichiarazioni di interesse o a manifestazioni preliminari, senza passi concreti.
D-Come si sta muovendo FederPetroli Italia in questo nuovo scenario? Avete già avviato contatti, analisi o tavoli tecnici ?
R-I contatti con il Venezuela non sono mai venuti meno, così come quelli con gran parte dell’America Latina. L’area del Golfo del Messico, come ricorderete anche in occasione del noto incidente di qualche anno fa, rappresenta per noi un hub petrolifero di grande rilevanza. Con il Venezuela, tuttavia, si è verificato un blocco: anche Eni, a un certo punto, non riceveva più i pagamenti in valuta tradizionale, ma tramite carichi di greggio, modalità poi interrotta. Sono dinamiche che creano rigidità e spesso rallentano gli investimenti industriali. In questa fase, il rapporto è gestito soprattutto attraverso le istituzioni diplomatiche, che fungono da ponte formale. Tuttavia, la realtà è che in America Latina non esiste una stabilità piena, e questo incide sulle prospettive operative. Se si vuole procedere, il ruolo delle principali aziende energetiche di Stato diventa centrale: sono loro le “navi guida”, e il resto del sistema industriale segue, perché sono queste realtà a fungere da riferimento e da garanzia energetica. Le prossime settimane saranno decisive anche per comprendere gli sviluppi legati all’Iran e al Medio Oriente, che restano punti nevralgici dell’oil & gas internazionale. Molto dipenderà da come verranno ridistribuite le quote di mercato all’interno dell’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries).
D-Che cosa si auspica?
R-La preoccupazione principale riguarda l’Iran. Il Medio Oriente, per noi, resta il laboratorio petrolifero di riferimento: anche se esistono altri attori come il Venezuela o le potenze dell’OPEC, è sempre l’area mediorientale a determinare gli equilibri più rilevanti. Un’eventuale instabilità in quella regione comprometterebbe l’intero sistema energetico globale. Mi auguro — e incrocio le dita — che si possa mantenere un quadro stabile. Tuttavia, il mercato energetico negli ultimi anni è cambiato profondamente e non mancheranno novità e possibili stravolgimenti. Il problema è che molte aziende non sono ancora pronte ad affrontare questi cambiamenti, e questo rappresenta l’elemento più penalizzante.
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