Export orafo, Milano quarta in Italia

L’Area Studi Mediobanca pubblica la seconda edizione dell’indagine sul settore orafo-argentiero-gioielliero in Italia. Lo studio analizza i dati finanziari dei 101 maggiori player con un giro d’affari superiore ai 19 milioni di euro ciascuno: 38 hanno sede nelle regioni del Centro, 38 nel Nord Est, 23 nel Nord Ovest e 2 nel Sud. Il report contiene inoltre una nota congiunturale elaborata dal Centro Studi di Confindustria FEDERORAFI che approfondisce l’interscambio commerciale del comparto nei primi nove mesi del 2025.

L’indagine completa è disponibile per il download sul sito www.areastudimediobanca.com

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Aspettative per il 2025

Sulla base del questionario somministrato dall’Area Studi Mediobanca si stima che il settore chiuderà il 2025 con un incremento dei ricavi del 5,8%. Tra le imprese intervistate, il 45% prevede un miglioramento dei ricavi rispetto al 2024, il 43% indica una flessione, mentre il restante 12% prevede un giro d’affari stabile ai livelli dell’anno precedente.

 

Nel 2024 crescono i ricavi, ma la redditività è in flessione

Nel 2024 i 101 maggiori produttori di preziosi attivi in Italia hanno registrato un fatturato complessivo di €8,9mld (+6,1% sul 2023 e +10,1% sul 2022), impiegando quasi 17.100 dipendenti (+12,5% sul 2022).

Nel 2024 il 35,7% dei loro ricavi è originato dai player con sede nel Nord Ovest, il 33,9% dalle società del Nord Est, il 29,9% nel Centro e lo 0,5% nel Sud e Isole. Le imprese con sede nel Nord Ovest hanno una maggiore dimensione media in termini di ricavi: 138,7mln, che si confrontano con i 79,8mln del Nord Est e i 70,3mln del Centro Italia.

La presenza di gruppi internazionali si conferma rilevante: 12 imprese generano un giro d’affari aggregato di quasi 2,4 miliardi di euro, pari al 26,7% delle vendite totali, con ricavi medi di 199 milioni, più che doppi rispetto alle aziende a capitale italiano (73,6 milioni). Rispetto alla precedente edizione, un’ulteriore impresa è passata al controllo straniero: si tratta della Vhernier rilevata dal gruppo svizzero Richemont.

Le società a proprietà estera crescono di più rispetto a quelle a controllo italiano: +22,0% i ricavi sul 2022 vs +6,8%, grazie al miglior andamento delle vendite oltreconfine, aumentate a una velocità quasi tripla (+24,1% vs +8,4%). L’effetto, peraltro, si smorza rispetto al 2023 e le performance si allineano: +6,3% per le italiane, +5,6% per quelle estere.

 

Nel 2024 al primo posto per ricavi si colloca Bulgari Gioielli (846mln), precedendo Morellato (723mln) e PGI (637mln). Seguono Damiani (368mln) e UnoAerre Industries (283mln). In totale sono tredici le società a superare i 150 milioni di ricavi. Con l’acquisizione della tedesca Christ nel febbraio 2023, che ha permesso a Morellato di quasi raddoppiare il fatturato rispetto al 2022, il peso del canale retail sul giro d’affari complessivo della società è salito all’84,6% (dal precedente 69,3%). Il potenziamento del canale digitale e il controllo dei punti vendita sono diventati fattori di resilienza che si traducono in maggiore marginalità, brand experience e fidelizzazione.

La crescita dei ricavi nel 2024 non si è però tradotta in un rialzo dei margini reddituali. Dopo il miglioramento segnato nel 2023 (+0,6 p.p.), per gli operatori del settore orafo-argentiero-gioielliero nel 2024 il rapporto tra Mon e fatturato (ebit margin) si è contratto di un punto percentuale rispetto all’anno precedente (dall’8,5% del 2023, al 7,5%). Sotto il profilo geografico le aziende del Nord Ovest esprimono l’ebit margin più elevato (8,8% nel 2024, in calo di 0,4 p.p. sul 2022), seguite da quelle del Nord Est (7,0%, +1 p.p.).

Il podio per redditività vede primeggiare Gimet Brass (38,7%), produttrice di componenti per bigiotteria, seguita dalla valenzana RF Holding (Raselli Franco) con il 29,1%, dalle toscane Ferrifirenze (28,8%) e Treemme (27,2%) e da Coin Holding (25,6%).

I risultati netti dell’industria dei beni preziosi si confermano soddisfacenti, pur evidenziando un trend di parziale riduzione. Nel triennio analizzato, il panel ha generato utili per circa 1,3 miliardi, pari al 51,3% della dotazione patrimoniale di fine 2022. Tuttavia, l’incidenza sul giro d’affari è scesa dal 5,5% del 2022 al 5,4% nel 2023, per poi contrarsi ulteriormente al 4,9% nel 2024.

Gli investimenti nel 2024 sono aumentati del 37,8% sul 2022 e dell’1,2% sul 2023. Per gli operatori a proprietà estera la progressione dal 2022 (+59,7%) è stata più accentuata rispetto a quelli a controllo italiano (+29,1%). Anche in base al rapporto tra investimenti e dotazioni iniziali di immobilizzazioni materiali, le società più dinamiche risultano quelle a controllo estero (26,4% vs 12,3% complessivo) e quelle ubicate nel Nord Ovest (22,1%), mentre a livello dimensionale le aziende medio-grandi investono con un’intensità doppia rispetto alle medie imprese (13,3% vs 7,0% nel 2024), con le piccole più attardate (5,7%).

Sul fronte patrimoniale, nel triennio 2022-2024 la solidità delle aziende del panel è in miglioramento: la leva finanziaria è diminuita dal 73,1% del 2022 al 51,5% del 2024, grazie al cospicuo incremento del capitale netto (+36,0%) e al contestuale contenimento dei debiti finanziari (-4,2%). A sua volta, la crescita dei mezzi propri è alimentata dal cumulo dei risultati netti e dalla limitata propensione alla distribuzione di dividendi che nel triennio hanno totalizzato 293mln (il 21,8% degli utili complessivi del periodo), con le società che preferiscono reinvestire nel business gli utili realizzati.

 

Inquadramento del settore in Italia e ultime tendenze

L’industria orafa-argentiera-gioielliera è uno dei settori trainanti del Made in Italy che contribuisce a sviluppare l’immagine del nostro Paese in tutto il mondo, grazie alle qualità artigianali e all’originalità dei suoi prodotti. Secondo le rilevazioni Istat, a fine 2024 in Italia erano attive 6.825 società (-2,3% sul 2023), con una forza lavoro complessiva di 33.919 unità (+2,2% sul 2023), per una dimensione media di 4,97 dipendenti per azienda, che attesta la prevalenza di micro-realtà e piccole-medie imprese, spesso a carattere familiare.

Le società del settore hanno mostrato capacità di coniugare tecniche antiche con innovazioni tecnologiche. Per quanto riguarda l’oro, le ultime tendenze di mercato riguardano la preferenza per design minimalisti e leggeri e il ricorso a materiali eco‑friendly come l’oro riciclato. Infine, i consumatori – in particolare Millennials e Gen‑Z – guidano la domanda verso prodotti etici, sostenibili e personalizzati.

Negli ultimi decenni si è assistito a un progressivo crescendo della concorrenza nel settore. Gli investimenti in marketing, digitalizzazione e ricerca tecnologica diventano quindi fondamentali. Le imprese che controllano un network di proprietà (o in franchising) sono in grado di limitare i passaggi intermedi ed estrarre dal business il maggior valore aggiunto che altrimenti sarebbe da condividere con diversi intermediari.

L’accorciamento della catena è possibile anche attraverso la vendita su piattaforme proprietarie o marketplace indipendenti. Il comparto dei preziosi è infatti interessato dalla crescita dell’e-commerce, divenuto un canale strategico in continua espansione: secondo l’Online Jewelry – Global Strategic Business Report tra il 2023 e il 2024 le vendite globali online di gioielli sono passate da 93 a 105 miliardi di dollari nel 2024 (+12,9%), con previsioni di superare i 166 miliardi entro il 2029.

 

Uno sguardo d’insieme: assetti proprietari e base produttiva

Il 74,8% del patrimonio netto dei maggiori produttori di preziosi è riferibile al controllo familiare italiano, il 25,2% a quello straniero. La ancora modesta apertura ai capitali finanziari di un mercato composto prevalentemente da imprese familiari può limitare la capacità di investire in innovazione e crescita, ostacolando anche il ricambio generazionale. Tra le 12 società a proprietà estera, cinque sono riferibili ad azionisti francesi, tra cui LVMH con tre controllate (Bulgari Gioielli, Vpa – Villa Pedemonte Atelier e B.M.C.), e la connazionale Kering (Pomellato). Tre società (PGI, Buccellati Holding e, dal 2024, Vhernier) fanno invece parte del gruppo svizzero Richemont. La stessa Kering ha incrementato la propria presa sull’alta gioielleria italiana firmando, nel dicembre 2025, un accordo per la progressiva acquisizione, entro il 2032, della piena proprietà del Gruppo Raselli Franco, rilevandone entro il primo trimestre 2026 una quota iniziale del 20% per 115 milioni di euro.

È trascurabile il rapporto diretto con i mercati finanziari. Solo la Fope è trattata all’AIM, mentre le azioni di Damiani collocate in Borsa nel novembre 2007, sono state revocate nel 2019. Il grado di apertura dell’equity delle società del panel è quindi limitato, anche se recentemente si segnalano ulteriori ingressi: nel marzo 2024 la famiglia proprietaria ha ceduto il 24% del capitale di Mattioli a un fondo estero. Nel maggio 2025 Equita Smart Capital ha acquisito il 39,1% della Roberto Demeglio. Grazie alle risorse finanziarie raccolte, la Demeglio potrà investire sull’apertura di nuovi mercati, sull’allargamento della gamma prodotto, sull’incremento della capacità produttiva e su opportunità di crescita per linee esterne.

La base produttiva delle aziende del comparto è in massima parte italiana: complessivamente sono stati individuati undici stabilimenti produttivi esteri (cinque in Europa, tre in Asia, due nelle Americhe e uno in Africa), mentre sono 98 le filiali commerciali e di servizi localizzate all’estero: 39,8% in Europa (tra cui dieci in Francia, otto in Germania e sei in Spagna), 35,7% in Asia (tra cui nove in Cina continentale, otto a Hong Kong e cinque a Dubai), 23,5% nelle Americhe (tra cui 20 negli Usa) e il rimanente 1% in Africa.

La quotazione delle principali materie prime e gli impatti sull’industria orafa

Secondo il World Gold Council, nel 2025 le quotazioni auree hanno aggiornato oltre 50 massimi storici, chiudendo l’anno con un rendimento del +67,0% (il quarto più alto dal 1971), posizionando questa commodity tra gli asset più performanti a livello globale. Il poderoso rally è stato alimentato da un contesto geopolitico e macroeconomico turbolento, dalla debolezza del dollaro USA e da un parziale calo dei tassi reali. Ha inoltre contribuito la forte domanda di investimento, sia da parte di privati che di banche centrali, anche in ottica di diversificazione di portafoglio.

Tra il 2019 e il 2025 i prezzi dell’oro sono cresciuti a un tasso medio annuo del 16,3%, aggiornando i picchi dell’ultimo quinquennio nel dicembre 2025: le quotazioni hanno toccato i 4.316 US$/oncia, rispetto ai 2.641 US$ medi di dicembre 2024 e ai 1.393 US$ medi annui del 2019.

Discorso analogo riguarda l’argento che nel periodo analizzato è cresciuto con il medesimo CAGR (+16,3%) chiudendo a 65,0 US$/oncia nel dicembre 2025. Tra le altre principali commodities utilizzate dal comparto si ricorda il platino che, dopo aver toccato una media di 1.092 US$/oncia nel 2021, ha ripiegato fino a 955 US$ nel 2024, per poi risalire a 1.280 US$ medi nel 2025, segnando dal 2019 una crescita media annua positiva del 6,8%.

Le forti oscillazioni nelle valutazioni delle principali materie prime ostacolano la corretta pianificazione della fase produttiva e possono riflettersi sull’equilibrio finanziario del comparto. Per i 101 operatori selezionati, lo stock di rimanenze di magazzino a fine 2024 ammonta, su base aggregata, a circa 2,8 miliardi di euro (+12,0% sul 2022). Rispetto al 2023 le rimanenze di prodotti finiti sono cresciute del 4,2%, le materie prime dell’11,8% (a seguito dell’impatto della crescita delle quotazioni dell’oro), mentre i prodotti in corso di lavorazione sono complessivamente diminuiti del 9,8%. Queste dinamiche rispondono a logiche di gestione del rischio e di efficientamento del capitale circolante, tipiche di settori con forte esposizione alle materie prime e alla variabilità della domanda.

Il commercio mondiale della gioielleria tra il 2015 e il 2024 e l’export italiano nei primi 9 mesi del 2025

Tra il 2015 e il 2024 il commercio mondiale di articoli di gioielleria da indosso è salito da 97 miliardi di euro a oltre 130 miliardi nel 2024 (CAGR +3,3%). La Cina ha perso terreno, scendendo dal 23,5% al 15,7% del mercato globale. Le ragioni sono molteplici: rilocalizzazione produttiva verso Paesi a minor costo (India, Thailandia, Indonesia), politiche commerciali restrittive dagli Usa e una crescente domanda interna che ha ridotto le esportazioni. Parallelamente, sono comparsi nuovi protagonisti: gli Emirati Arabi Uniti si sono affermati come hub internazionale grazie alla loro funzione di piattaforma logistica e fiscale, mentre Turchia e diversi Paesi del Sud-Est asiatico hanno guadagnato quote grazie alla competitività manifatturiera e alla capacità di attrarre investimenti.

L’Italia si è distinta per un recupero particolarmente significativo, passando da una quota del 5,8% nel 2015, all’8% nel 2023, fino a raggiungere nel 2024 l’11,2%, superando la Svizzera (hub dei beni di lusso francesi e paese di transito di prodotti orafi, anche italiani) e l’India. Un risultato che conferma la capacità del Made in Italy di valorizzare design, qualità e posizionamento nell’alto di gamma. Va tuttavia ricordato che parte dell’exploit italiano nel 2024 è stato influenzato dalla performance “anomala” delle esportazioni verso la Turchia.

Come indicato dalla nota congiunturale elaborata dal Centro Studi di Confindustria FEDERORAFI, nei primi nove mesi del 2025 le esportazioni italiane del comparto hanno registrato una flessione del 15,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’arretramento, in parte fisiologico dopo i ritmi di crescita sostenuti dell’ultimo triennio, è in larga misura imputabile alla contrazione dell’export verso la Turchia. Proprio la Turchia, dopo la crescita abnorme del 2024 (+468,7%), nel 2025 ha segnato un deciso arretramento (-52,2% tra gennaio e settembre). Negative anche le vendite verso gli Stati Uniti (seppur meglio delle attese), mentre diversi top market – tra cui Emirati Arabi Uniti, Svizzera, Regno Unito, Spagna, Giappone e Cina – mostrano segnali di crescita.


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