Torniamo a parlare l’italiano.

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di Achille Colombo Clerici

Italiani, su la testa.
L’Italia e’ l’unico Paese del mondo occidentale, fra quelli che vantano una ultra millenaria civilta’, che riesca ad influenzare ancora, a livello mondiale, la cultura contemporanea.

I campi nei quali si irradia la nostra sfera di influenza sono molteplici: letteratura, arti figurative, eleganza e stile, (pensiamo all’automobilismo, alla sartoria e alla moda, alla gioielleria, all’architettura) scienze naturali e mediche, tradizioni, cinema, musica leggera, enogastronomia, know how tecnologico.

Non trascuriamo il retaggio storico in campo monumentale, letterario, filosofico, musicale, artistico e le bellezze naturali e paesaggistiche.
Dalla lista del patrimonio mondiale di 125 Paesi elaborata dall’ UNESCO risulta che l’Italia è il Paese che detiene, a pari merito con la Cina, il maggiore patrimonio culturale del mondo, in termini di monumenti, musei, chiese, monasteri, palazzi e castelli, ma anche di beni paesistici e paesaggistici. Seguono Spagna, Francia, Germania.

In conclusione. La cultura italiana affonda le sue radici in un passato ultra bimillenario ed e’ ancora vitale e determinante nel processo di formazione della cultura contemporanea. E studiando il passato, riusciamo a comprendere e affrontare il futuro.

Eravamo all’apice della presenza storica duemila e piu’ anni fa e lo siamo tuttora.

Quella italiana peraltro e’ la base della civilta’ cristiana nel mondo occidentale. Per converso, la Chiesa ha sempre fortemente aiutato l’ italianita’ a conservare la sua identita’ al vertice storico mondiale.

Il piu’ potente “collante” e “alveo” culturale che ha permesso questo prodigioso risultato e’ stata la lingua, che ha mantenuto una linea di continuita’, pur nella evoluzione delle diverse epoche, ed e’ stata un determinante fattore di identita’. Essa e’ quindi un prezioso patrimonio da salvaguardare, dalla minaccia di contaminazioni che possano provocarne il declino .

Oggi, per la prima volta nella nostra storia, gli italiani, per parlare anche tra loro, usano l’inglese: si comincia con gli anglicismi e gli americanismi dell’aziendalese e si finisce con il cercar di parlare nella lingua di Shakespeare, Faulkner ed Hemingway e non piu’ in quella di Dante, Petrarca e Manzoni, evoluzione, sintesi e sublimazione delle diverse lingue popolari in cui si sono sempre espresse le comunita’ locali.

Questo e’ il vero segnale di una possibile rottura con il passato e una minaccia alla continuita’ ed alla rilevanza della nostra cultura.

Quanto all’Unione Europea essa ci offre, non un’area culturale comune nella quale possa trovare espressione significativa anche la nostra cultura, ma solo un mercato comune di ordine economico. E questo aspetto, se non corretto, puo’ essere solo il preludio di un appiattimento culturale molto negativo.

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