Semplicemente Donna, conosciamo Laura Casarano, operatore socio-sanitario.

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di Viviana Bazzani

Ci sono professioni che poche persone hanno la capacità di svolgere. Ci sono lavori che richiedono maggiori attenzioni, tanta dolcezza, molta pazienza nella cura dei più fragili come gli anziani.

A distanza di un anno dalla pandemia cosa è successo, da un punto di vista psicologico, ai nostri nonni?… ne parliamo, oggi, con Laura Casarano che, da circa dieci anni, si prende cura di loro in un ospedale del nord Italia al reparto “geriatrico”.
D – Cosa ricordi di quei mesi dove gli anziani erano, inconsapevolmente, colpiti da un virus ancora sconosciuto?
R – Da un punto di vista organizzativo la direzione sanitaria prese le prime precauzioni facendoci indossare, obbligatoriamente, le mascherine per tutto l’orario di servizio. Ricordo la confusione, la poca chiarezza dei Decreti e la libera interpretazione. C’erano gli scettici e quelli preoccupati, io appartenevo all’ultimo gruppo.
D – Quando avete iniziato a rendervi conto della gravità?
R – Ricordo come se fosse adesso, fu una mattina quando nel prendere servizio mi comunicarono che quasi ogni reparto aveva casi di positività dal Covid, inoltre, iniziai a svolgere molte ore di straordinari oltre all’orario lavorativo.
Non avevo il tempo di bere un bicchiere d’acqua, con i colleghi ci si scambiava solo parole attinenti alle cure da somministrare ai pazienti. Le ore passavano senza che ce ne rendessimo conto. Se dovessi descrivere quei giorni…. descriverei I lamenti dei pazienti che soffrivano, i loro pianti, la paura nei loro occhi e il silenzio della loro solitudine.
D – Cosa facevi per loro?
R – Non li abbiamo mai lasciati da soli, sorridevamo sempre senza far trapelare dai nostri sguardi la nostra iniziale impotenza nei confronti di un nemico misterioso. Si cercava di farli parlare, almeno una volta al giorno, con i parenti attraverso le video chiamate. Vi posso assicurare che quelle telefonate erano la migliore medicina.
D – I pazienti più anziani come hanno preso la notizia che per un lungo periodo non potevano ricevere la visita dei loro figli?
R – C’è chi ha compreso, chi si è messo a pregare, chi si è messo a piangere e chi non si è reso conto, fortunatamente, di nulla grazie a patologie come l’ Alzheimer.
D – I familiari sono stati collaborativi?
R – Inizialmente è stato difficile a far comprendere che i provvedimenti erano solo per tutelare la loro salute. C’è chi minacciò di denunciarci ma, compresero successivamente, che era l’unica strada da percorrere. Mi stringeva il cuore vedere i figli che dalla strada salutavano, sbracciandosi, i loro genitori affacciati dietro la finestra della loro stanza di ospedale.
D – Com’è oggi la situazione?
R – Siamo sempre molto attenti ma, sono ottimista, il peggio sembra essere passato. I nostri pazienti, quelli della terza età, sono sempre più consapevoli che tutto questo è per il loro bene. Loro sono i nostri GUERRIERI, perché attraverso le loro carezze e i loro teneri sorrisi ci fanno forza e ci ricordano che la loro generazione è quella che ha vissuto guerre, fame e povertà…. quindi si ritengono vaccinati agli eventi della vita.
D – Per i giovani che volessero svolgere la professione di Operatore Sanitario cosa consigli?
R – È un lavoro per pochi, è una missione e solo chi ha il grande dono della pazienza e dell’amore è idoneo.
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