Moda, bilancio delle sfilate della Milano Fashion Week.

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Spalle importanti, colori sparati come catarifrangenti, frange, paillettes, pellicce ecologiche e passamontagna: sono donne senza paura, che non dicono ‘guardami’, ma ‘riconoscimi’, quelle viste in passerella a Milano, in una settimana piena di proposte e pensieri forti.
Provando ad abbandonare per un attimo il pregiudizio che vuole la moda come la Cenerentola della cultura – come ha chiesto Miuccia Prada, facendo sfilare la sua collezione all’interno della Fondazione dedicata all’arte – si può forse provare a cogliere il proscenio delle sfilate come punta semantica dell’elaborazione di un pensiero sull’oggi, dalla rinascita del femminismo grazie al movimento #metoo al genderless, dall’inclusione ai cambiamenti dettati dai social.

Ha fatto parlare, e molto, l’allestimento voluto da Alessandro Michele per Gucci, con le modelle a sfilare con una copia perfetta della loro testa mozzata, portata sottobraccio, tra i tavoli asettici di una sala operatoria. Si è parlato meno – ed è un peccato – del messaggio dietro il coup de theatre che su Instagram ha scatenato una #guccichallenge, con tutti a fotografarsi con la testa tra le mani. E’ un pensiero, quello di Michele, che parla di identità in via di ridefinizione e di cambiamento, un’istigazione a ribellarsi a regole ormai vecchie e ad accogliere il nuovo che già è. Lui dice che siamo tutti cyborg e, tra chirurgia plastica e nuove identità ibride, come non dargli ragione? Ecco dunque la sua moda, non riproducibile ma copiatissima, con l’abito di velluto bon ton sul pigiama a fiori, il passamontagna iperdecorato e le calze di pizzo, tutto spiazzante ed eccessivo, persino fastidioso a volte, come solo un pensiero nuovo può esserlo. Ed è nuovo anche il pensiero di Miuccia Prada, che guarda alla notte per parlare dei limiti della libertà femminile: ed ecco gli abiti femminili, ma dai colori fluo, portati con i giacconi di nylon o neoprene imbottiti come corazze, a mettere in scena il dilemma del sentirsi belle ma sicure. E sicure si dichiarano le donne di Donatella Versace, con le loro fantasie accese, i colori forti, anche loro con il capo coperto, ma non certo per pudore. Sono sorelle della ragazze di Emporio Armani, libere e toste in verde e nero, in minigonna e camperos argentati.

Anche loro portano la notte nel giorno, all’insegna della stessa libertà (vedi Trussardi, Sportmax, Pucci) che sdogana la montagna in città, con capi tecnici dai colori fluo, pantaski, maglioni norvegesi e – ancora loro – passamontagna couture. Una mescolanza che continua nel gioco continuo tra maschile e femminile, con le giacche dalle spalle importanti e i tessuti tipici per lui passati al guardaroba di lei, ma accostati ad abiti luccicanti e scivolati, tintinnanti di paillettes e frange (Blumarine, N21, Fendi, Scervino). E’ una moda di contaminazioni, capace di parlare di inclusione senza urlare, in modo gentile, come quella di Giorgio Armani, che porta l’etnico in città dando anche una bella lezione di civiltà. (ANSA)

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